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Offerta e domanda di lavoro non si incrociano

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“Lavoratori fantastici e dove trovarli”: ricorda il titolo di un film, e sicuramente sarebbe un fantasy

Perché assumere personale qualificato è diventato pura fantasia, stando ai risultati dell’indagine Unioncamere-Anpal, secondo cui su poco meno di 500 mila assunzioni previste, il 32,8% degli imprenditori intervistati troverà molte difficoltà a coprire questi posti (poco più di 151.300), a causa dell’impreparazione dei candidati o per la mancanza degli stessi.

Le maggiori difficoltà si riscontrano nel nordest, dove, tra le figure più ricercate (invano, a quanto pare), risultano i tecnici informatici, gli addetti alla vendita, i progettisti, gli ingegneri, mentre al sud, dove la situazione non è tanto migliore (difficoltà media di reperimento del 27%, contro oltre il 39% del nord), si cercano, e non si trovano, cuochi, camerieri e, in particolar modo, gli autotrasportatori.

Paese di contraddizioni, l’Italia, e in questa fotografia emerge un vero ossimoro, con un’ampia schiera di disoccupati (dati ISTAT fine 2019: 9,8%), una marea umana di “NEET” (giovani che non studiano e non lavorano, non fanno una mazza praticamente, se non scattarsi selfie tutto il giorno, 2.116.000 secondo ISTAT), in un clima diffuso di assistenzialismo da reddito di cittadinanza (spesso ottenuto “a sbafo”, come fatto emergere da molte inchieste), e in tutto questo, fior di aziende che non trovano lavoratori.

Ma cosa cercano, esattamente? O personale altamente qualificato, o figure con bassi livelli di competenze. Partendo dal secondo caso, si tratta di ruoli che gli italiani rifiutano e vengono coperti dagli stranieri. Il perché, quasi sempre, è da ricercarsi in un mercato del lavoro che per le occupazioni più “umili” ormai è al saldo: nei salari l’Italia è al 9° posto in Europa, con 11.000 euro lordi all’anno in meno rispetto alla Germania e 8.700 alla Francia (JP Salary Outlook 2019), prova ne è il fatto che gli occupati sovraistruiti siano il 24,2% (persone che fanno un lavoro inferiore al loro titolo di studio, il che dimostra che l’umiltà non manca). Un segmento viziato dalla presenza crescente di extra-comunitari disposti a tutto pur di lavorare, facendo crollare l’offerta economica e innescando quella che ormai da anni si profila come una guerra sociale.

Nel primo caso, invece, la responsabilità è (anche) del sistema-scuola, che ha perso il contatto col mondo del lavoro e sforna disoccupati, abbandona l’alternanza scuola-lavoro, dimentica i percorsi di studio per professioni tecniche, le più ricercate. Quando si sceglie cosa studiare, bisognerebbe distinguere fra cultura personale (che si costruisce anche per conto proprio) e futuro. Sarebbe meglio agire alla rovescia: partire dagli annunci di lavoro e poi iscriversi. E se si è genitori, lasciare che i figli seguano le proprie inclinazioni.

 

di MATTEO VALLÉRO – Direttore editoriale Business24

articolo pubblicato il 20/02/2020 nella rubrica IL CAPITALE sul quotidiano La Verità[:]

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