Sab, 25 Settembre
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Quale futuro per i parrucchieri?

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Secondo Uala solo chi si rinnova sopravvive

Allo slogan dell’epidemia “Andrà tutto bene”, c’è chi spera di aggiungere (presto) anche “torneremo a tagliarci i capelli”. E’ proprio così. Tra barbe lunghissime, capelli incolti e ricrescite spropositate, sono tantissimi gli italiani che non vedono l’ora che riapra il parrucchiere, uomini e donne, per tornare ad un po’ di umanità-normalità.

Prima della diffusione del Coronavirus, in Italia c’erano, a fronte di circa 60 milioni di abitanti, 95.000 centri di bellezza. Oggi questi aspettano da più di un mese ormai la fase due e le indicazioni sulle modalità per la ripartenza.

A tracciare una guida per organizzare il lavoro del futuro ci ha provato Uala, sito dedicato al mondo del beauty. Secondo l’indagine di Uala, l’84% degli italiani ha cercato di prendersi cura di sé nel periodo di quarantena e il 29% l’ha fatto acquistando strumenti e prodotti professionali soprattutto dovendo fare a meno delle sapienti mani degli artigiani del mestiere con risultati più o meno soddisfacenti.

E’ chiaro che quando i parrucchieri potranno riaprire i loro saloni dovranno seguire delle regole per riattivare il proprio mercato. Secondo Uala il loro futuro dipenderà dalla capacità di essere flessibili ma non in materia di salute e sicurezza, quanto in materia di offerta del servizio. Così molte abitudini cambieranno. Se prima le persone erano abituate ad andare in negozio, magari fissando un appuntamento all’ultimo minuto o semplicemente aspettando il proprio turno nel salone, tra una rivista e l’altra, ecco, questo potrebbe non essere più possibile. Il distanziamento sociale prolungato imporrà di ampliare gli spazi di lavoro e limitare l’affollamento dei locali.

Sempre secondo lo studio di Uala, i primi a ripartire saranno coloro che sapranno puntare sulle nuove tecnologie non solo attraverso siti accattivanti ma offrendo anche servizi di prenotazione tramite magari delle app. Il problema è che molti sono restii ad aprirsi al 4.0. Secondo Giampiero Marinò, Direttore Operativo di Uala, solo il 33% dei saloni in Italia attualmente considera il canale online come imprescindibile dopo il lockdown, il 34% è ancora indeciso e il 33% lo considera solo uno strumento temporaneo o a cui è sostanzialmente contrario. “Invece la nuova normalità, che ha già accelerato il passo della digitalizzazione su vari fronti, imporrà probabilmente ai saloni di presidiare anche questo ambito e di recuperare così parte del fatturato. In poche parole, avverrà qualcosa di simile a quello che accade già per l’abbigliamento in cui molti utenti provano negli store gli indumenti e poi finalizzano online l’acquisto, in modo veloce e sicuro”, ha spiegato.

di: Maria Lucia PANUCCI[:]

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