
In tanti temono che i gioielli del capitalismo finanziario italiano andranno a finire in Francia
Qualcuno aveva già paventato questa ipotesi ma adesso è lo stesso Leonardo Del Vecchio a scoprire le carte. Pochi giorni dopo la richiesta di autorizzazione alla Bce di salire nel capitale di Mediobanca (leggi qui per approfondire) il patron di Essilor-Luxottica è uscito allo scoperto sui suoi obiettivi futuri che non c’entrano con eventuali mire espansionistiche a Piazzetta Cuccia ma riguardano bensì la volontà di arrivare a controllare Generali di cui l’imprenditore di Agordo è già socio al 4,87% e che è da sempre considerata la “provincia ricca” dell’impero di Mediobanca.
Ma perché Del Vecchio, imprenditore di razza, dovrebbe voler puntare a Generali? Secondo l’agenzia Reuters, l’obiettivo di Leonardo del Vecchio sarebbe quello di riportare la compagnia di assicurazioni al suo ruolo di leader del settore a livello europeo. Nessuna strategia sarebbe stata ancora comunicata ma secondo fonti di stampa Del Vecchio non intenderebbe portare all’estero le attività del Leone di Trieste o spingere la società verso altri attori, quali Zurich o Axa, così come è stato più volte paventato. Sarebbe stato invece evidenziato dall’imprenditore come il dimensionamento di Generali, che non ha mai varato aumenti di capitale, sia rimasto indietro rispetto ai suoi competitor principali. Ecco quindi la volontà di riportare questa realtà in auge e di difenderne l’italianità.
Ma non tutti la pensano così. La richiesta di Leonardo Del Vecchio alla BCE di salire fino al 20% in Mediobanca è diventata un rebus per le cronache finanziarie italiane. Esiste infatti un’altra teoria che spiegherebbe questa volontà di scalata, ovvero consegnare sia Mediobanca sia Generali, due gioielli del capitalismo finanziario tricolore, alla Francia. Il patron degli occhiali ha integrato da qualche anno la sua Luxottica con la francese Essilor e quando è entrato di recente in Mediobanca, lo ha fatto rastrellandone azioni attraverso la francese Natixis. In più, la sua holding Delfin ha sede nel Lussemburgo e, infine, la sua scalata ha stranamente coinciso con l’uscita dal capitale di Unicredit, capeggiata da Jean-Pierre Mustier. Ciliegina sulla torta: il Leone di Trieste stesso è capeggiato da un francese, che risponde al nome di Philippe Donnet.
E’ davvero un rischio se Parigi mette le mani sui due assets o si tratta solo di una questione di gelosie nazionali? La provenienza dei capitali di chi controlla una grossa società dovrebbe risultare neutrale ai fini della gestione, ma nel caso delle banche non è mai così. Esse svolgono l’attività di raccogliere risparmio tra i clienti e di prestarlo a tasso più alto a imprese e famiglie. Chi riuscisse a detenere il controllo di Piazzetta Cuccia e, di riflesso, del colosso assicurativo, metterebbe le mani su centinaia di miliardi di risparmi italiani. Ed è irrealistico pensare che una realtà francese abbia voglia di esporsi all’economia italiana quando potrebbe portare in patria questa preziosa liquidità e prestarla ai propri attori che mandano avanti l’economia del Paese.
La situazione è molto delicata e non del tutto chiara anche perché a pensarci bene questa mossa di Del Vecchio, che sta tenendo banco in questi giorni, potrebbe essere banale e di pura convenienza. Ai livelli attuali riuscire a diventare l’azionista di riferimento di Mediobanca e tramite essa ancor più di Generali è relativamente un’operazione poco costosa. Si tratterebbe infatti di investire sui 550-600 milioni di euro per salire dal 10% al 20% in Piazzetta Cuccia, che attualmente capitalizza 5,7 miliardi in borsa, ed eventualmente una cifra di poco superiore per arrotondare la partecipazione diretta nel gruppo Triestino (la stampa italiana parla di una possibile salita all’8%, operazione, il che implicherebbe investire circa 700-750 milioni).
di: Maria Lucia PANUCCI
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