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Istat, a causa del Covid-19 una impresa su due non ha liquidità

Tra marzo e aprile, oltre 4 imprese su 10 hanno visto dimezzare il valore del loro fatturato

Tra marzo e aprile, nel pieno dell’emergenza Covid-19, oltre quattro imprese su 10 hanno visto dimezzare il valore del loro fatturato e ben una su due prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. La mancanza di liquidità è tanto più diffusa quanto minore è la dimensione aziendale e dal punto di vista settoriale ha colpito maggiormente le imprese delle costruzioni, soprattutto se piccole (che rappresentano il 56,4% del totale) e le micro imprese dell’industria in senso stretto (56,0%). E’ quanto emerge da un report ad hoc dell’Istat che analizza la situazione e le prospettive delle aziende italiane dopo la pandemia.

Secondo l’indagine le imprese sospese per il lockdown fino al 4 maggio sono state il 45%, mentre il 38% ha segnalato rischi operativi e di sostenibilità della propria attività. A livello settoriale, sono soprattutto le imprese delle costruzioni e dei servizi ad aver sospeso l’attività: rispettivamente il 58,9% e il 53,3% rispetto al 36,0% dell’industria in senso stretto e al 30,3% del commercio. Oltre il 70% delle realtà produttive ha dichiarato poi una riduzione drastica del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50% e nel 3% dei casi meno del 10%. Per questo motivo la cig è stata utilizzata dalla maggior parte delle aziende, ben oltre la metà.

Nei prossimi mesi quasi un’impresa su tre si aspetta una contrazione del fatturato a causa della riduzione della domanda locale e nazionale (rispettivamente il 32,1% e il 30,3%): all’andamento locale della domanda sono maggiormente sensibili le micro imprese e quelle attive nei servizi, specialmente nel Mezzogiorno. Il livello nazionale interessa invece di più le imprese di dimensione grande e media e le unità produttive nell’industria in senso stretto (spicca l’industria delle bevande, 81,4%) e, da un punto di vista geografico, quelle del Nord-est (Provincia autonoma di Trento 53,4%).

La riduzione della domanda dall’estero (14,9%) colpisce invece di più le imprese di dimensione media e grande (rispettivamente 34,9% e 33,8%) attive nell’industria in senso stretto. 

Nel periodo di emergenza è stato boom di smart working: il lavoro a distanza ha coinvolto quasi un quarto delle imprese italiane. “Nei mesi immediatamente precedenti la crisi – spiega l’Istat – escludendo le imprese prive di lavori che possono essere svolti fuori dai locali aziendali, solo l’1,2% del personale era impiegato in lavoro a distanza. Tra marzo e aprile questa quota sale improvvisamente all’8,8%“.

Il 56,3% delle imprese ha già adottato l’adeguamento degli spazi di lavoro per assicurare il distanziamento fisico dei lavoratori mentre solo per il 14,4% è impossibile farlo. Da quando l’attività è ripresa la parola d’ordine è prevenzione: la quasi totalità delle imprese (96,7%) ha provveduto a sanificare gli ambienti di lavoro e ha dotato i propri dipendenti di dispositivi di protezione individuale. Inoltre la maggior parte fa eseguire il controllo della temperatura all’ingresso ed ha messo in atto strategie integrate di precauzione per contrastare la risalita dei contagi.

di: Maria Lucia PANUCCI

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