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Unimpresa lancia l’allarme: “Quando scadrà il blocco dei licenziamenti si perderà il 7% dei posti di lavoro”

Il consigliere nazionale di Unimpresa Giovanni Assi spiega: “Per fronteggiare le conseguenze dell’emergenza Covid-19 e mantenere i livelli occupazionali, il Governo anziché intervenire con misure strutturali, che stimolino il nostro sistema economico, ha confezionato l’ennesimo pasticcio”

Quando scadrà il blocco dei licenziamenti si perderà il 7% dei posti di lavoro. A lanciare l’allarme è il consigliere nazionale di Unimpresa Giovanni Assi. «Il mantenimento dei livelli occupazionali non può e non deve ottenersi per pochi mesi con le tasche degli imprenditori, ma deve essere la naturale conseguenza di misure durature nel tempo che permettano di pianificare e programmare le attività delle imprese, anche perché i divieti non potranno durare all’infinito e allo scadere degli stessi il risultato è già calcolato in una riduzione degli occupati stimata nella misura tra il 5% ed il 7%», scrive in un approfondimento sul decreto Agosto.

Quello che ha combinato il Governo per fronteggiare la crisi dovuta al Coronavirus è “l’ennesimo pasticcio“, dato che ha continuato ad imporre alle aziende determinati comportamenti al limite dell’incostituzionalità. «Ma questa volta – prosegue – il Governo si è davvero superato con la proroga “mobile” del blocco dei licenziamenti, che scatta dal 18 agosto, seminando panico tra le imprese ed i loro professionisti che stanno tentando di sciogliere tutti i dubbi che l’art. 14 del dl 104, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 14 agosto, n. 203, ha portato con se esponendo fortemente l’imprenditore ad impugnative con il rischio di incorrere in sede giudiziale all’ipotesi di condanna al risarcimento (disciplina recentemente rivista con la sentenza della Corte Costituzionale n. 150 del 2020) unitamente alla reintegra nel posto di lavoro».

Secondo il consigliere nazionale di Unimpresa diverse sono le ipotesi in cui le aziende dovranno identificarsi: da una parte il divieto di licenziamento sarà legato all’utilizzo della Cig d’emergenza per tutte e 18 le nuove settimane, dall’altro, in alternativa, il divieto sarà legato all’esonero contributivo che può durare fino a quattro mesi, allungandolo, così, per molte imprese il divieto di mandare a casa i propri dipendenti, tra metà novembre e fine anno. «Ma la situazione più scabrosa – sottolinea – è nella terza possibile circostanza, ovvero quelle imprese che pur non chiedendo ulteriore Cassa Integrazione, pur non usufruendo dell’esonero contributivo perché magari nei mesi di maggio e giugno non hanno usufruito dell’ammortizzatore sociale, e dunque pur non prendendo un solo centesimo di aiuto, saranno letteralmente violentate perché anche per loro sarà imposto il divieto di licenziamento fino a fine 2020. Appare chiaro come la disciplina del blocco ai licenziamenti, nonostante sia giunta al suo terzo intervento normativo, sia ancor ben lontana dal dettare una disciplina chiara, uniforme e soprattutto compatibile con il dettato costituzionale dell’art. 41, in quanto, il legislatore avrebbe potuto e, soprattutto, dovuto escludere chiaramente dal divieto almeno tutte le imprese che non ricorrono alla cassa integrazione né all’esonero contributivo. L’auspicio che il legislatore possa in tempi stretti fornire a tutti gli operatori del settore dei chiarimenti in ordine alle ulteriori ipotesi di eccezioni al blocco dei licenziamenti e che soprattutto venga ridata dignità a quegli imprenditori che continuano a rischiare la loro pelle ridando loro il pieno controllo delle loro aziende ponendo fine a questa ennesima violenza».  

di: Maria Lucia PANUCCI

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