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Smart working: per i dipendenti è un prerequisito

Il management fa resistenza alla flessibilità

L’incremento nel lavoro a distanza che si è registrato durante il lockdown causato dalla pandemia ha cambiato notevolmente il modo di approcciarsi al mondo del lavoro in tutte quelle realtà nelle quali praticare lo smart working è possibile.

Secondo i dati raccolti dallo studio globale VMware, per il 69% dei dipendenti il lavoro da remoto non è più un benefit ma un vero e proprio prerequisito. Il 74% degli intervistati in Italia trova che la propria organizzazione sta ottenendo benefici dal lavoro a distanza e che non è possibile tornare indietro.

Il management, tuttavia, ha preoccupazioni diverse da quelle dei lavoratori: quattro su 10, cioè il 39%, teme che il proprio team non svolga le proprie attività a casa con la stessa attenzione di quando si trova in ufficio. Questa è la causa principale dello scarso impegno dei vertici a garantire la scelta per i propri dipendenti di adottare forme più ibride del lavoro, che garantiscono una maggiore flessibilità.

I rapporti tra dipendenti e datori di lavoro è stato molto condizionato dallo smart working: il 13% ritiene che la cultura dei vertici aziendali scoraggi il lavoro a distanza, il 69% sente una maggiore pressione per essere online al di fuori del normale orario di lavoro.

Lo smart working ha comportato notevoli vantaggi: l’85% dei dipendenti ritiene che siano migliorate le relazioni personali con i colleghi, il 67% si sente più sicuro di sé nel parlare in videoconferenza e il 75% afferma che i livelli di stress sono migliorati. In aumento anche il morale dei dipendenti, per il 31%, e la produttività, per il 36%.

Permettere forme di smart working inoltre ha reso più facile il reclutamento di talenti di alto livello: lo afferma il 60% degli intervistati. L’85% concorda anche sul fatto che il lavoro flessibile acuisca l’innovazione.

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA

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