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Quando lo shopping coinvolge le banche: la corsa alle unioni societarie

Per aiutare le microimprese bancarie ad unirsi ai colossi, senza essere cannibalizzate, si rende necessaria una “bad bank” europea

Tempo di shopping in Italia, e non parlo dei “black Friday” con cui noi “poveracci” ci accaparriamo cose di cui non abbiamo bisogno e che non avremmo mai comprato se non fossero state scontate del 15%.

L’onda di M&A (merge and acquisition, fusioni e acquisizioni, che ho scritto abbreviato come spesso accade sui giornaloni di finanza, così sapete cosa vuol dire) sta coinvolgendo e travolgendo il comparto bancario. Dal 2008, ovvero dalla crisi dei mutui subprime americani, che effetto domino ha sconquassato tutto il mondo della finanza, abbiamo compreso, anche sulla pelle, come le banche non siano altro che aziende, coi loro prodotti da vendere e le loro crisi, e a volte, purtroppo, i loro fallimenti.

Queste aziende si stanno adeguando alla tendenza di questo secolo, quella dell’economia di grande scala: se sei piccolo, semplicemente, scompari. Ecco allora la corsa ad unirsi, a mettere insieme, spesso, mele con pere. Ma vale tutto pur di sopravvivere e possibilmente dominare. L’esempio, direi accademico, l’ha messo in pratica Carlo Messina, a.d. di Intesa San Paolo, con l’offerta pubblica di scambio su Ubi. Gli azionisti della banca lombarda hanno scambiato le loro azioni con quelle di Intesa a un prezzo vantaggioso, consegnando di fatto la realtà bresciana nelle mani di quello che ora è il primo gruppo bancario italiano.

La seconda italiana, Unicredit, che ora vale la metà di San Paolo, potrebbe accorpare MPS. Più che un matrimonio d’amore sarebbero nozze forzate o comunque fortemente caldeggiate dalla politica. Il Monte dei Paschi è ora un istituto “quasi” sano, libero da crediti deteriorati, ma ha la spada di Damocle della bomba-ricorsi, tutt’altro che disinnescata.

Con un’OPA da 737 milioni, chi si sta sicuramente muovendo è la francese Credit Agricole, che ha puntato le sue mire sul Credito Valtellinese: non sarebbe la prima volta che i cugini d’oltralpe vengono a fare shopping in Italia.

Anche BPM, inizialmente adocchiata dalla stessa Credit Agricole potrebbe unirsi a Bper, essendo rimasta la terza realtà italiana ma con 10 misure di distacco dalla prima.

Rimane sullo sfondo una delle operazioni più mistiche degli ultimi due anni, quella tra Mediobanca e Generali: Del Vecchio ha grandi progetti e dietro di lui ci sono sempre, tanto per cambiare, i francesi.

Insomma, pare proprio che questa convalescenza da pandemia abbia fatto aumentare gli appetiti dei grandi player europei, essendoci in gioco sfide finanziarie che i piccoli banchieri non possono sopportare. Per aiutare le microimprese bancarie ad unirsi ai colossi, senza essere cannibalizzate, si rende necessaria una “bad bank” europea che inglobi gli NPL e tutta la spazzatura. Magari, non sarebbe male, eliminando il tanto odioso bail-in, trappola dei correntisti più ingenui.

di: Matteo VALLÉRO

Direttore editoriale Business24

articolo uscito nella rubrica IL CAPITALE sul quotidiano La Verità di ieri 25 Novembre 2020

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