
Sono tutti pakistani. 6 di loro il 3 giugno scorso uccisero un bracciante che li aveva denunciati
Braccianti trattati come schiavi. Per questo i carabinieri di Caltanissetta hanno arrestato 11 persone, di cui 10 sono finite in carcere e una ai domiciliari. Sono tutte indagate per associazione per delinquere, finalizzata al reclutamento e allo sfruttamento della manodopera. Si tratta di caporali pakistani che destinavano i loro connazionali al lavoro presso titolari di aziende agricole, in condizioni di sfruttamento. Approfittavano dello stato di bisogno dei braccianti accordandosi sull’entità del compenso direttamente con i datori di lavoro e trattenendo per sé una parte o persino la totalità del corrispettivo, già palesemente basso. Durante una perquisizione sono stati trovati in casa di uno degli arrestati due libri mastri, tuttora al vaglio della Procura, nei quali erano trascritti i nomi dei lavoratori sfruttati ed il compenso che si aggirava sui 25-30 euro al giorno.
Chi provava a ribellarsi veniva subito messo a tacere con violenza. Una vittima per esempio è stata sequestrata per tre ore ed è stata costretta, con un coltello puntato alla gola, a chiamare il padre in patria allo scopo di farsi mandare cinque mila euro per ottenere la sua liberazione. In un’altra occasione è stata aggredita una nigeriana mentre stringeva tra le braccia suo figlio di appena un anno, rapinandola di duecento euro. Il marito della donna è stato quindi aggredito con calci e pugni. Il 3 giugno scorso era stato ucciso un bracciante, Adnan Siddique, che aveva denunciato i caporali. Per il suo omicidio sono state arrestate 6 delle persone destinatarie dell’odierna misura cautelare.
Secondo gli inquirenti i numerosi episodi di violenza hanno permesso “di acclarare l’esistenza di una vera e propria associazione per delinquere, finalizzata ad imporre la propria egemonia sul territorio, acquisita dal protratto periodo di operatività e rafforzata dal costante ricorso a condotte minatorie e violente di elevatissimo allarme sociale“.
Nell’indagine sono coinvolti anche i titolari delle imprese agricole dove i pakistani venivano condotti a lavorare perché, sottolineano carabinieri e polizia, “trovavano conveniente rivolgersi ai caporali loro connazionali perché ben consapevoli che nessuna denuncia sarebbe mai potuta intervenire a danneggiarli, proprio per le condizioni di sfruttamento dei lavoratori“.
di: Maria Lucia PANUCCI
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