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Lavoro, Google accetta di pagare 3,8 mln di dollari per discriminazione in stipendi e assunzioni

Il Dipartimento del Lavoro ha notato trattamenti iniqui verso donne e asiatici nei settori di ingegneria del software. L’azienda si difende: “lavoriamo duramente per processi di selezione puliti e senza pregiudizi”

Google di nuovo nella bufera. La casa madre, Alphabet, ha accettato di pagare oltre 3,8 milioni di dollari per risolvere casi di discriminazione nelle assunzioni e nei pagamenti in California e nello Stato di Washington. In particolare il colosso del tech ha acconsentito a un risarcimento di 1,4 milioni in rimborsi e interessi a 2.565 donne impiegate in posizioni lavorative ingegneristiche, e 1,2 milioni a 1.757 donne  e 1.219 asiatici che non sono stati assunti dopo aver fatto domanda per posizioni di software engineering proprio a “causa” del sesso o della razza.

A dare il via al procedimento è stato il Dipartimento del Lavoro che ha rilevato trattamenti iniqui verso donne e asiatici nei settori di ingegneria del software durante alcuni controlli di routine a Seattle e Kirkland. L’agenzia ha inoltre scoperto discriminazioni al momento dell’assunzione che svantaggiavano sempre donne e asiatici a San Francisco e Sunnyvale. 

Un ulteriore rimborso da 1,25 milioni sarà effettuato dal colosso informatico nel corso dei prossimi cinque anni per potenziali aggiustamenti della retribuzione per i dipendenti statunitensi in posizioni ingegneristiche presso gli uffici di Googlès Mountain View, Kirkland, Seattle e New York. Se il pagamento annuo sarà minore a 250 mila dollari, Google userà la differenza per implementare programmi di inclusione e supporto alla diversità. In aggiunta, Alphabet ha accettato di rafforzare le policy relative ad assunzioni e compensi e di ridurre qualsiasi gap discriminatorio.

L’azienda prova a mettere così delle toppe. «Crediamo che ognuno debba essere pagato per il lavoro che fa non per chi è e investiamo duramente per effettuare processi di selezione puliti e senza pregiudizi», fa sapere in una nota.

di: Maria Lucia PANUCCI

FOTO: EPA/DANIEL DEME

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