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Koo, l’ascesa del Twitter indiano

La app di microblogging è molto apprezzata da Governo e istituzioni

Nel 2020 in quella che viene definita la Silicon Valley indiana, Bangalore, è nata la app di microblogging Koo, oggi al centro dell’attenzione del mercato dopo la decisione del Governo indiano di eliminare l’immunità penale per il social network Twitter.

Koo è un canale di comunicazione nato per l’esigenza “social” di utilizzare le lingue locali come hindi, tamil, assamse o kannada ed è diventata di tendenza quando vari ministri di primo piano hanno twittato chiedendo ai propri follower di passare a Koo. L’uccellino giallo di questo nuovo social è stato però prontamente attaccato: le aziende in base al nuovo quadro legale indiano sono obbligate a rintracciare l’autore di un particolare messaggio se richiesto da tribunale o Governo; Twitter ha bollato questa decisione come un attacco alla democrazia, vietandolo sulla propria piattaforma. Il Governo ha reagito accusando la compagnia di volersi considerare superiore alle leggi del Paese.

Twitter quindi non gode più di alcuna protezione legale rispetto alle sue responsabilità circa i contenuti pubblicati dagli utenti indiani. La polizia ha presentato diversi avvisi di garanzia contro l’azienda nelle ultime settimane e da oggi la società può essere processata per post non conformi.

Pertanto è facile capire l’ascesa di Koo: da un lato il timore che Twitter venga bandito dal Paese come già avvenuto con TikTok e WeChat, dall’altra gli ingenti investimenti su Koo, che a fine maggio ha raccolto 30 milioni di dollari in un round di finanziamento guidato da Tiger Global Management. Un grosso vantaggio è la possibilità che da Koo di cinguettare nelle lingue locali, raggiungendo così città minori, villaggi e aree rurali: ma è anche vero che, parlando di mercato di medio e lungo termine, senza il giusto modello di business il progetto potrebbe fallire. Come ricorda Hrush Bhatt, cofondatore della piattaforma di viaggio Cleartrip, una delle più usate nel Paese, il 67% della popolazione indiana guadagna meno di 20 rupie al giorno: «gran parte dei ritorni sui social media sono legati alla pubblicità, e non c’è alcun senso nel vendere pubblicità ad un pubblico che non può permettersi i prodotti che stai pubblicizzando. Il grande tema, per il mondo delle app dei social network, sarà monetizzare con successo la loro presenza in India. Per questa ragione app come Koo, io credo, dovranno in India pensare ad un nuovo modello economico. Certo, è indubbio che i social network diventeranno presto prevalenti e in un Paese da 1,3 miliardi di persone, anche se sul breve termine la monetizzazione sarà complessa troveranno il modo di risolvere la questione. Politicamente, io credo che sopravvivranno le compagnie che sapranno aderire alle richieste del governo, pena l’esclusione dal mercato».

di: Micaela FERRARO

FOTO: AGI

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