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Spreco alimentare: bene il dato pro-capite, molto meno il quadro generale

Solo mezzo chilo di cibo buttato via alla settimana da ogni italiano: è un dato confortante che però aumenta esponenzialmente se si osserva il campo della produzione edibile

I risultati del report Food & waste around the world condotto dall’iniziativa sociale Last minute market su 8 delle principali economie mondiali ci premiano: con una quantità pari a poco più di 500 grammi, l’Italia è il Paese fra quelli analizzati, prendendo per buone quantomeno le autodichiarazioni degli 8000 interpellati (un migliaio a Nazione), a gettare meno cibo nella spazzatura se si considera la tendenza settimanale.

Spiccano in negativo gli esponenti del Nuovo Mondo, con Canada e Stati Uniti ad andare ben oltre il chilo, rispettivamente con 1144 e 1453 grammi a testa; allineata al Grande Nord Bianco è la Cina, con 1144 grammi, mentre sciuponi d’Europa per eccellenza si confermano i tedeschi, fermi a 1081 gr.

La campagna Spreco zero stima che il 17% della produzione alimentare globale totale vada sprecato, in buona parte nelle famiglie (11%), in secondo luogo nel servizio di ristorazione (5%) e per la restante parte nella vendita al dettaglio.

I motivi del fenomeno vanno individuati nelle inadeguate modalità di trasporto o di immagazzinamento e in altri fattori che, una volta che vi si saranno apportate migliorie, “potrebbero garantire maggiore disponibilità di cibo per i cittadini del mondo”, se si considerano le dichiarazioni degli autori dell’indagine.

È la vittoria della dieta mediterranea su tutte le altre abitudini alimentari, stando alle parole di Andrea Segrè, fondatore della campagna, che sottolinea la necessità di “aumentare la consapevolezza dei cittadini e delle istituzioni in tutto il mondo”, cosa che permetterebbe di “promuovere un’alimentazione sana e sostenibile e di prevenire e ridurre lo spreco alimentare a livello domestico”.

Il dato individuale va però preso con le pinze, vista la sua variabilità: se si prende in esame la relazione pubblicata dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e si fa quindi corrispondere il concetto di “spreco” alla parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali e le capacità ecologiche, ecco che lo scenario si fa molto meno incoraggiante.

Saremo pure virtuosi presi uno per uno, ma la realtà fotografata da ISPRA rileva un impressionante 60% circa “in energia alimentare della produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo che potrebbe essere sprecata”.

di: Andrea BOSCO

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