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Carne coltivata, cos’è e quale impatto potrebbe avere sulla biodiversità

Si chiama anche “carne pulita” e viene prodotta in laboratorio

Carne prodotta in laboratorio: è un vero e proprio prodotto sintetico, conosciuto anche come “carne coltivata” o “carne pulita”, che potrebbe ridurre in modo importante l’impatto delle abitudini alimentari dell’uomo sull’ecosistema.

I prodotti a base di carne sintetica sono uno dei grandi obiettivi delle startup internazionali: promettono di essere accessibili, di avere un ridotto impatto ambientale, liberare i terreni utilizzati per l’agricoltura animali ed evitare la macellazione di milioni di animali ogni giorno.

Un obiettivo che ha attirato l’interesse di diversi magnati e star di Hollywood, uno su tutti Leonardo DiCaprio, volto di una nuova generazione di investitori che si riuniscono sotto lo slogan “In Green we trust”.

La coltivazione in vitro delle fibre muscolari ha una storia lunga: è stata effettuata per la prima volta nel 1971 da Russell Ross e dagli anni ’90 è resa possibile utilizzando le cellule staminali degli animali, includendo piccole quantità di tessuto.

Semplificando, la tecnica consiste nel prelevare cellule muscolari e nutrirle con proteine che aiutano la crescita del tessuto: una volta che il processo è partito la teoria dice che si può continuare a produrre carne all’infinito senza aggiungere nuove cellule da un organismo vivente. In condizioni ideali, due mesi di produzione di carne in vitro potrebbero generare 50 mila tonnellat edi carne da 10 cellule muscolari di maiale.

L’ostacolo principale alla commercializzazione è, ad oggi, il costo di produzione: il primo hamburger sintetico è stato sviluppato nel 2013 ed è costato circa 250 mila euro. SuperMeat, l’azienda israeliana dietro The Chicken, il primo ristorante a vendere pollo sintetico, è riuscita a tagliare il costo di produzione di un hamburger fino a 35 dollari ma solo il 50% della massa è composta da carne vera e propria, il resto sono proteine vegetali.

Un’azienda foodtech con sede in Israele, la Future Meat Technologies, sta costruendo una piattaforma per la coltivazione di carne a basso costo e prevede di fornire alle aziende del settore l’attrezzatura necessaria per produrre carne coltivata in laboratorio a circa 20 euro al chilogrammo entro il 2022.

Secondo una ricerca condotta dal World Economic Forum, il consumo globale di carne è aumentato del 58% in 20 anni. Perciò iniziative di questo tipo potrebbero arginare l’impatto che l’alimentazione umana ha su altre specie e in generale sull’intero ecosistema.

Il numero di persone disposte a rinunciare alla carne è piuttosto esiguo: in Italia vegani e vegetariani sono l’8,9% della popolazione, mentre negli Usa la percentuale scende e si aggira tra il 2% e il 5%.

Rimane da capire che impatto potrebbe avere la produzione di carne in vitro su altre delicate questioni come per esempio la produzione di gas serra: l’agricoltura animale nel mondo è responsabile oggi per il 14,5% delle emissioni di gas serra. Ma, secondo uno studio recente dell’Università di Oxford, uno dei problemi della produzione di carne coltivata potrebbe essere sul tipo di emissioni rilasciate piuttosto che sulla quantità, che sarebbe in diminuzione: le emissioni di metano prodotte dall’allevamento di animali rimangono nell’atmosfera per circa 12 anni, mentre l’anidride carbonica prodotta dall’alimentazione dei laboratori dove si coltiva la carne sintetica si accumula per millenni.

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA

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