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Biotech sempre più presente nel mondo del lavoro

I numeri dimostrano come le biotecnologie saranno sempre più importanti nell’economia del domani

Nel 2030 saranno biotech l’80% dei prodotti farmaceutici, il 50% di quelli agricoli e il 35% dei prodotti chimici industriali. Sono questi i numeri dell’OCSE con cui si è aperto l’appuntamento organizzato da Federchimica, Assobiotech e Startupitalia dal titolo Biotech, il futuro migliore. Per la nostra salute, per l’ambiente, per l’Italia, dedicato alle biotecnologie.

Durante l’appuntamento sono intervenuti protagonisti della politica e delle istituzioni, scienziati e innovatori, che hanno spiegato ad una platea di studenti come si evolverà il futuro economico e, di conseguenza, anche il loro futuro. Infatti in Italia mancano ancora delle competenze specifiche in questo settore.

Nel corso dell’evento EY e Manpower Group/Jefferson Wells, in collaborazione con Frezza & Partners, ha presentato un’analisi previsionale col supporto dell’intelligenza artificiale che ha preso in esame oltre 120 profili professionali del settore biotech per indagarne le dinamiche evolutive. Dall’analisi è emerso che Cybersecurity Manager, Business Development Manager, Bioinformatics Researcher, Digital Communication Specialist e Solution architect sono le professioni con una tendenza occupazionale positiva. 

Sempre nel corso dell’evento i dati di ManpowerGroup e Talent Shortage, ci dicono che l’indice di previsione netto sull’occupazione per i settori dove le biotecnologie prenderanno piede sempre più si attesta al +28%. Si tratta della previsione più positiva per l’occupazione dal 2003, anno del primo sondaggio, con un miglioramento del 21% rispetto al trimestre precedente e del 29% rispetto allo stesso periodo dell’anno 2020. Inoltre risulta che tra le aziende del settore che prevedono di aumentare il personale nel prossimo trimestre, in Italia il 76% fatica a coprire i posti di lavoro a causa della mancanza di talenti qualificati. 

«L’Italia è tra i paesi più impattati dal Talent Mismatch, cioè la distanza tra skills richiesti dal mercato e skill effettivamente posseduti dalle persone. L’effetto di questo fenomeno è significativo, sia in termini di efficienza che di competitività delle imprese. Le aree su cui è prioritario investire sono quelle dell’upskilling e del reskilling, per ridurre il gap – ha spiegato Alessandro Testa Jefferson Wells Director, ManpowerGroup. – Poiché lo skillset legato alle professioni si evolve rapidamente è indispensabile basare i propri investimenti su studi credibili che aiutino a comprendere gli skill del futuro sulla base di trend storici, di mercato e con il supporto dell’Artificial Intelligence»

di: Filippo FOLLIERO

FOTO: ANSA

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