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Lavoro: quattro giorni a settimana non sono più un’utopia

ln Islanda sperimentati con successo diversi tagli di orario senza diminuzioni di stipendio in 66 luoghi di lavoro

La riduzione ha permesso alla popolazione di guardare di più al proprio benessere, senza contraccolpi sulla produttività. E’ questo il risultato ottenuto sul lungo termine dell’esperimento portato avanti a Laguna Blu, un’area geotermale sulla penisola di Reykjanes, a circa 39 km dalla capitale islandese Reykjavik.

L’espressione work-life balance, il bilanciamento tra vita professionale e privata, è un tema ancora centrale nel dibattito sul futuro: ridurre il tempo trascorso al lavoro e verificare l’impatto non solo sulla produttività e il bilancio, ma anche sul benessere psicologico delle persone, sull’ambiente e sulla giustizia sociale. L’ultima frontiera è il taglio non solo delle ore, ma dei giorni: quattro a settimana anziché cinque, a parità di stipendio.

Il progetto che ha trovato maggiore risonanza, finora, è stato quello dell’Islanda, che tra il 2015 e il 2019 ha sperimentato diversi tagli di orario, senza diminuzioni di stipendio in 66 luoghi di lavoro. La ricerca ha coinvolto 2.500 persone, alcune delle quali hanno lavorato quattro giorni a settimana. Autonomy, società di ricerca che ha analizzato i risultati a qualche anno di distanza e ha definito l’esito “un successo straordinario”. Un rapporto ha concluso che la produttività è rimasta costante o è aumentata, mentre i dipendenti hanno accusato meno stress e hanno avuto più tempo da dedicare alla famiglia e agli hobby.

Alcuni paesi hanno già superato il tradizionale modello delle 40 ore.  La Francia, per esempio, è passata a 35 nel 2002, i metalmeccanici tedeschi a 28 tre anni fa. In Italia, la giornata di lavoro standard è rimasta quella che chiedevano le mondine del vercellese a inizio ‘900: dalla conquista del sabato libero, 50 anni fa, non si è quasi più discusso di riduzioni di orario. Proposte come quelle dell’Islanda, dunque, continuano a sembrare avveniristiche.

Uno studio dell’università di Reading, dedicato in particolare alla settimana corta, ha concluso non solo che i quattro giorni determinano “un miglioramento della salute fisica e mentale dei dipendenti”, ma anche che “i due terzi delle aziende britanniche che operano con questo regime hanno registrato una maggiore produttività del personale”.

Un concetto ribadito da Robert Bird, professore dell’università del Connecticut, al Washington Post: «I ragazzi chiedono al loro ambiente di lavoro qualcosa più di un semplice assegno. Vogliono lavorare con qualcuno che crede nei loro stessi valori. E la settimana di quattro giorni fa intendere che l’azienda si interessa davvero al bilanciamento tra lavoro e vita privata».

Secondo altri il vero ostacolo è culturale. Per l’antropologo James Suzman, a condurre all’eccesso di lavoro “non è il pericolo della ristrettezza o della povertà, ma l’ambizione di chi è al comando e considera i dipendenti come mezzi per i suoi fini e non persone”.

Qualcosa di simile a ciò che Bertrand Russell affermava già nel 1935 nel suo Elogio dell’ozio. Russell era convinto che, “con un minimo di organizzazione”, quattro ore di lavoro sarebbero state sufficienti a produrre abbastanza per tutti. “Credo che nel mondo si lavori troppo”, scriveva, “l’etica del lavoro è l’etica degli schiavi e il mondo moderno non ha alcun bisogno di schiavi”

di: Filippo FOLLIERO

FOTO: ANSA

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