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Luci e ombre del successo di Uber

Da rivoluzionaria startup a controversa multinazionale: il percorso di un’app da 50 miliardi di dollari

Quella di Uber non è una storia di soldi e successo, ma come molte storie di soldi e successo nasconde cupi retroscena, gravi accuse e ipotesi controverse.

La startup viene fondata nel 2009 da Garrett Camp, che trova l’ispirazione per questo nuovo servizio di taxi (anche) grazie a 007 (lo raccontavamo qui) e da Travis Kalanick, ben più noto del socio ma bersaglio di una fama più critica che celebrativa che lo ha portato a dare le sue dimissioni nel 2017.

A fornirci un interessante percorso a ritroso sulla controversa storia di Uber è stato di recente Mike Isaac, giornalista del New York Times e autore di Uber. La storia più pazza della Silicon Valley (edito in Italia da Piemme, 2020).

Qui si entra nel dettaglio di tutte le vicende giudiziarie e non che hanno contribuito a diffondere un alone scuro su quella che sembrerebbe una semplice app per trovare passaggi a prezzi ridotti. Per assicurarsi il monopolio sui trasporti delle città, l’entourage di Kalanick non si è fermato di fronte a nulla, almeno secondo Isaac: atteggiamenti intimidatori e ingegni tecnologici per aggirare la legge, ma anche spionaggio e ingaggi di personaggi influenti per una propaganda massiccia e violenta – e non solo a livello comunicativo.

Si tratterebbe, secondo il giornalista, di quelli che Uber annoverava tra i suoi principi aziendali come “scontri per principio“: dato l’iniquo sistema di monopolio dei taxi, diventa legittimo fare tutto ciò che è in proprio potere per scalzare la concorrenza ed entrare nel mercato.

Il fine giustifica i mezzi insomma, ci racconta Isaac, anche se questi comprendono software per eludere i controlli delle forze dell’ordine, spionaggio e pedinamenti di personaggi potenzialmente pericolosi. A questo sarebbero serviti l’esercito di ex agenti e dipendenti di Cia, Nsa e Fbi e il reclutamento di esperti di propaganda e comunicazione come David Plouffle, manager della campagna elettorale di Obama nel 2008 (proprio quella dello Yes We Can).

Per non parlare del machismo imperante che Isaac ricostruisce meticolosamente, riportando testimonianze di dipendenti che sarebbero state costrette a sniffare cocaina e le accuse di molestie e abusi sessuali, che sembrerebbero esser state all’ordine del giorno nell’ambiente aziendale che, ad oggi, comprende 26mila dipendenti.

Fra alti e bassi, Uber ad oggi fattura 11 miliardi l’anno (questo l’ultimo dato del 2020) e, nel suo debutto in borsa nel 2019, ha raggiunto una valutazione di 75 miliardi di euro.

Un successo indiscutibile, tutt’oggi stabile ma indelebilmente macchiato.

di: Marianna MANCINI

FOTO: EPA/WILL OLIVER

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