
L’obiettivo è quello di abbandonare la logica dei temporary citizen
A inizio pandemia, nel 2020, il professore di management Massimo Warlgien ha un’idea che viene sostenuta dalla Fondazione di Venezia e dell’Università Cà Foscari per diventare, a inizio marzo, concretamente un progetto grazie alla partecipazione attiva di Cisco.
L’idea del professore? Trovare persone che, abbandonata la logica dei temporary citizen, vogliano inserirsi nel tessuto cittadino. Ovvero, lavoratori felici e disposti a contribuire al tessuto sociale di cui fanno parte.
Il ceo di Cisco, Chuck Robbins, ha sottolineato come questo tema sia importante per la società: «l’happy employee è la garanzia del successo. Sono le persone, i team stessi che devono decidere quanti giorni di lavoro fare in ufficio e quanto altrove».
Il progetto, che prende il nome Venywhere, è stato da subito seguito da Cisco come spiega l’amministratore delegato di Cisco Italia Gianmatteo Manghi: «Il team People e Community di Giancarlo Barozzi stava cercando un luogo in Italia che unisse il concetto di lavoro distribuito e le nuove forme di lavoro ibrido. Si è creata una connessione con il professor Varglien. E il risultato sono 16 giovani colleghi che oggi stanno vivendo questo esperimento».
Il testa avrà la durata di tre mesi, al termine le informazioni che Cisco avrà a disposizione potranno far capire come le persone si comportano se li si lascia libere di scegliere luoghi e modi di lavoro e Venezia potrà scoprire per quali peculiarità le persone in arrivano da tutta Europa possono scegliere la città lagunare come luogo di lavoro e di nuova cittadinanza.
Secondo Manghi è importante, per un’azienda, anche l’impatto sul tessuto sociale, economico e ambientale. Secondo l’ad, Cisco: «deve essere sempre più inclusivo: ciascuno deve poter esprimere i propri valori, le proprie idee e le proprie competenze e agire per avere un impatto sulla comunità in cui lavora. Deve essere sostenibile sia sul piano ambientale, sia su quello sociale, in armonia con le esigenze personali e familiari. Deve essere digitale e far parte di un sistema di lavoro aperto con le atre aziende, le start up, le università».
Il direttore gruppo People Experience Innovation Global, del gruppo People & Commiunities (ex HR), Gianpaolo Barozzi, ha illustrato perché proprio Venezia è la candidata perfetta per questa sperimentazione: «richiede una struttura ambientale, cultura aziendale e leadership. La città in 15 minuti sta avvenendo: Venezia lo è by design, è un laboratorio di innovazione vivente. Sedici pionieri di Cisco lavorano qui per tre mesi partecipando alla città».
I lavoratori di Cisco provengono da Italia, Spagna, Francia e Grecia e il loro modo di lavorare servirà per rispondere a delle domande fondamentali, spiega Barozzi che verranno utilizzate “le loro opinioni ma anche, in modo consenziente, i loro dati di utilizzo delle infrastrutture, così capiremo i tempi e i luoghi di lavoro“
COn questo scopo sono stati creati quattro spazi condivisi con piattaforme di comunicazione (terminali video HD, con noise canceling) presso Istituto di scienze marine dell’Arsenale, Cà Bottacin dell’Università, presso la Fondazione di Venezia e nell’Innovation Hub della Facoltà di economia. Così che Cisco possa scoprire quali sono le migliori soluzioni per gestire il lavoro ibrido e come ridisegnare lo spazio di lavoro.
«Misuriamo ingaggio, performance e metodo di lavoro – ha detto Barozzi. – Teniamo conto che l’obiettivo non è il controllo ma sono le preferenze di lavoro: ci servono informazioni su spazi e movimento delle persone». Da queste informazioni nascerà un grafo in grado di descrivere il lavoro attraverso le relazioni che le persone intrattengono fra dei loro e con i luoghi e gli spazi in cui lavorano e vivono.
Il banco di prova sarà poi quando i 16 lavoratori di Cisco torneranno nella sede di provenienza, al termine dei tre mesi. Tra i 16 c’è anche la bolognese Imma De Rosa che ha spiegato: «mi sveglio con i turisti sotto casa, vado al lavoro scegliendo fra ufficio, centro di ricerca, università, vedo colleghi diversi ogni giorno, con la garanzia che la tecnologia mi assiste in ogni attività». Irene Zabala Alonso, da Madrid, l’ha definita come «un’esperienza pazzesca. Vogliamo aiutare a trasformare Venezia, farla diventare una città per il lavoro ibrido. Abbiamo fatto design thinking su problemi come l’acqua alta, turisti e lavoratori».
Il fondatore del progetto Massimo Warlgien ha tenuto a sottolineare anche la matrice socio economica di Venywhere: «il crollo del turismo conseguente alla pandemia ha messo allo scoperto la debolezza di Venezia. Ma l’emergere del lavoro remoto ha dato lo spunto per farne un luogo di lavoro per italiani stranieri e veneziani di ritorno». Si tratta di un progetto pilota ma che «sta dando risultati per progettare il futuro. Abbiamo capito che sono tanti che vogliono venire a Venezia. Sono persone con meno di 45 anni, molte donne, vengono da settori IT, creativi, finanza, e da varie aree geografiche».
Dello stesso parare il presidente della Fondazione di Venezia, Michele Bugliesi, che punta a creare un’alternativa al turismo, riuscendo a captare i macro trend quali digitale, sostenibilità e inclusione. «La residenza avviene con il lavoro. La città deve tornare a produrre». Sulla scia si inserisce la Rettrice dell’Università di Cà Foscari, Tiziana Lippiello che si augura che i 16 pionieri di oggi possano diventare 16mila.
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: PIXABAY
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