Lo studio di un’ong riporta diversi casi di aumenti di flaring dopo la vendita di asset da società pubbliche a operatori sostenuti dal private equity
Le fusioni e acquisizioni fra società del comparto petrolifero e del gas possono rallentare la missione per ridurre le emissioni dell’industria. Lo conferma un nuovo rapporto rilasciato dall’ong EDF+Business, secondo cui tra il 2017 e il 2021 sono raddoppiate le operazioni che hanno trasferito le attività inquinanti da una società con obiettivi ambientali marcati ad altre prive di impegni in tal senso.
Con le operazioni finanziarie di M&A quindi le grandi società realizzerebbero una sorta di gioco delle tre carte, spostando le attività inquinanti dalle società nel mirino dei controlli a quelle lontane dalla lente pubblica.
Fra i casi di studio riportati dalla ong c’è anche la vendita, risalente al luglio 2021, delle attività del Bacino Permiano in Texas dalla società pubblica APA Corporation all’operatore di private equity Slant Operating. In seguito all’operazione, si è compreso come la Slant prevede di tappare i pozzi inattivi acquisiti con tempistiche decisamente dilungate rispetto a quelle previste dalla pubblica Apache.
Un caso simile si è riproposto anche a marzo 2021, quando la pubblica Oasis Petroleum ha venduto il bacino del Delaware, sempre in Texas, all’operatore Percussion Petroleum II, che oltre ad aprire 7 nuovi pozzi ha mantenuto alta l’intensità di flaring, ossia del gas in eccesso bruciato senza un recupero energetico a compensazione.
Altri esempi riportati dalle Ong riguardano la vendita degli asset del Golfo di Suez, acquistate dalla Dragon Oil (filiale della compagnia petrolifera nazionale egiziana) alla Bp, società pubblica. Anche in questo caso, dopo la vendita il flaring ha registrato un aumento di quattro volte tanto.
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/SERGEI ILNITSKY
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