
Il cambio di governo può impensierire, ma anche le scelte europee fanno ballare i titoli
Dai livelli compressi di inizio anno i tassi dei BTp sono quadruplicati quando si guarda la scadenza decennale. Il motivo? Il governo forse, ma non solo. I titoli del Tesoro in questione sono passati dall’1,18% di fine 2021 al 4,73% di venerdì, ma solo un quarto di questo aumento è legato ai nostri ‘panni sporchi’ come i cambi di governo, in genere quantificati dallo spread: lo scarto fra i rendimenti di Italia e Germania è cresciuto durante l’anno, ma di un punto percentuale, da 130 a circa 230 punti base.
La restante parte delle oscillazioni è legata letteralmente a ‘cose più grandi di noi’, cioè a fluttuazioni che si sono registrate sui mercati azionari a livello globale. A soffrirne anche i Bund tedeschi e i Treasury americani, complice una svolta verso una politica monetaria aggressiva delle banche centrali, impegnate nell’impresa di frenare ad ogni costo l’inflazione in ascesa. Quindi i governi sono innocenti? No. Il rischio politico e altri fattori, anche le decisioni comunitarie, possono comunque influenzare l’andamento dei titoli. Occhi e orecchie dei mercati sono ora concentrati sulla discussione appena iniziata riguardo la riduzione del bilancio Bce. Anche solo che si tiri fuori l’argomento non è una buona notizia per i BTp, resta però difficile capire la portata delle conseguenze dell’azione dell’Eurotower, perché come spiegano gli analisti di UniCredit, «il diavolo si nasconde nei dettagli e finora non c’è nulla di concreto che possa guidare gli investitori». La presidente Christine Lagarde ha già messo i primi paletti: l’Europa interverrà sugli altri strumenti di politica monetaria quando avrà completato la normalizzazione dei tassi di interesse, non prima.
Non si può escludere quindi l’annuncio di un piano di riduzione il prossimo marzo. E scattano le congetture su cosa accadrà allora. Lo scenario centrale, sulla base del quale la Bce bloccherebbe solo i reinvestimenti di titoli, implicherebbe una diminuzione annuale del bilancio di circa 250 miliardi di euro, pari al 2% del Pil dell’Eurozona, con aumento dei rendimenti decennali di 6 punti base per i Paesi «core» e fino a 15 punti per i «periferici». L’impatto potrebbe però più che raddoppiare (rispettivamente 11 e 30 punti) se si stabilisse di vendere una parte dei titoli in portafoglio, mentre sarebbe più soft (4-11 punti base) se invece si mettesse un «tetto» intermedio alla riduzione del bilancio (circa 5% del Pil) come stanno già facendo ad esempio la Fed e la Bank of England.