
A un anno dal fallimentare summit di Glasgow, i paesi si riuniscono; ma il percorso è tutto in salita
Le aspettative sulla Cop27? Tra crisi energetica, crisi in Ucraina, crisi climatica e perdite della crisi economica post pandemica, molto basse; soprattutto se ci si aggiunge che l’ultimo summit di questo tipo, complice l’ostruzionismo dei paesi dipendenti dal carbone e l’entusiasmo congelato degli Stati chiave del G8, è stato un fiasco su quasi tutta la linea. L’incontro che si sta per aprire avviene tra l’altro in una cornice particolarmente ostica, l’Egitto. Un paese che come molti altri dell’area MeNa (Medio Oriente e Nord Africa) sta pagando pesantemente il blocco del grano da parte della Russia ma anche le conseguenze del clima che ogni anno colpiscono sempre di più il settore agricolo minacciando di rischio alimentare milioni di persone. Il Cairo, inoltre, non è particolarmente noto per la sua ottica lungimirante e liberale in materia dei diritti umani; uno dei temi trasversali della Cop27, insieme allo sviluppo economico e sociale.
Dodici mesi dopo il raduno inglese dei grandi e piccoli paesi del mondo, molto è cambiato. La guerra in Ucraina ha innescato una crisi energetica, alimentare, dei prezzi, e a Sharm (la località dove si terrà il summit) si vedrà se gli esecutivi manterranno il clima tra le priorità. «Ce lo auguriamo– auspica Maria Grazia Midulla, responsabile energia del Wwf Italia. Ma in Europa sono già cominciati i distinguo e le mani avanti. «Le necessità dei singoli Paesi sono differenti, non esiste la taglia unica- ha ammesso un esperto negoziatore di Bruxelles, che però assicura- Non arretreremo sull’obiettivo di contenere il riscaldamento a 1,5 gradi».
Per vincere la battaglia bisognerà convincere le economie emergenti, vale a dire Cina (resa poco collaborativa dalle tensioni su Taiwan) e India. Da qui potrebbe arrivare una buona notizia: il Paese, che aveva bloccato assieme a Washington e Pechino il compromesso finale di Glasgow, pare abbia cambiato prospettiva imboccando la strada della transizione energetica. Sul tavolo, soprattutto da parte di paesi come la Scozia, anche un possibile ritorno del nucleare.
Ma c’è un grosso nodo da sciogliere che sarà probabilmente il più ostico: il fondo internazionale per ripagare delle perdite i paesi, soprattutto quelli del Sud del mondo, particolarmente provati da continui disastri climatici che mettono a repentaglio non solo le vite umane ma anche la loro tenuta economica. I paesi più poveri rivendicano le maggiori perdite subite da questi eventi, di cui però sono in minima parte, a confronto con i paesi più industrializzati e più inquinanti, responsabili. Manca però l’accordo sulla definizione di ‘perdita climatica’, e sono molte le riserve da parte dell’Occidente che tema, insintesi, di dover aprire il portafoglio a richieste di risarcimento da migliaia di miliardi di dollari. «Va ricordato che la comunità internazionale interviene già in caso di catastrofi», ha precisato l’inviato per il clima italiano Alessandro Modiano, il cui incarico scade a fine mese, e che sarà a Sharm con uno staff tecnico per tutte e due le settimane.