
A un anno dalla presentazione del Data Act Ue targato Margrethe Vestager e Thierry Breton, la presidenza di turno della Svezia è al lavoro sui ritocchi finali per un primo compromesso a Ventisette
I giacimenti di dati nell’era digitale come quelli delle terre rare per la svolta verde: da potenziare e proteggere dall’egemonia commerciale e tecnologica della Cina.
Negli stessi giorni in cui la Commissione europea si appresta a svelare il nuovo piano industriale Net-Zero e il suo “gemello” Critical Raw Materials Act, il patto in chiave anti-Pechino suggellato dalla stretta di mano tra Ursula von der Leyen e Joe Biden a Washington potrebbe presto arricchirsi di una nuova munizione: il Data Act per regolamentare l’accesso sul territorio continentale al nuovo petrolio degli algoritmi dando più controllo e potere di condivisione sui propri dati a utenti, aziende e pubbliche amministrazioni, e diritto di veto contro le ingerenze dei governi stranieri.
A un anno dalla presentazione del Data Act Ue targato Margrethe Vestager e Thierry Breton, la presidenza di turno della Svezia è al lavoro sui ritocchi finali per un primo compromesso a Ventisette che ambisce a dare già ad aprile il via alle trattative con il Parlamento europeo – chiamato a votare la propria posizione negoziale martedì in plenaria -, con l’auspicio di strappare un accordo definitivo entro la fine di giugno.
E le modifiche di Stoccolma puntano dritto in due direzioni: rassicurare le imprese sull’obbligo di condivisione, introducendo la possibilità di rifiutare la trasmissione dei dati sui segreti commerciali “in circostanze eccezionali” se dimostrano di andare incontro a “gravi danni economici”; e dare potere all’arcipelago di servizi di cloud – perlopiù nelle mani delle Big Tech oltreoceano – di mettere in atto “tutte le misure ragionevoli per impedire l’accesso illecito” ai dati da parte dei governi terzi. C
ondizioni chiave che vanno ad affiancarsi alle linee originarie di una portabilità più semplice per gli utenti – con la riduzione degli ostacoli nel passaggio da un operatore di cloud all’altro -, e al complicato equilibrio ancora da assicurare tra le disposizioni del Data Act e il Regolamento generale europeo sulla protezione dei dati (Gdpr).
E che certificano la scommessa di Bruxelles sul vantaggio futuro di liberare la pletora di dati in costante crescita – nel 2025 il volume potrebbe toccare i 175 zettabyte – per garantirne un loro utilizzo responsabile a favore del tessuto europee delle Pmi, del settore pubblico, e di un migliore accesso alle informazioni in situazioni di emergenza con un occhio di riguardo al clima e alla salute.
Il primo sigillo degli ambasciatori Ue potrebbe arrivare il 22 marzo, salvo imprevisti dell’ultimo minuto. Poi il Data Act dovrà attraversare la sequela dei colloqui interistituzionali prima di diventare il terzo pilastro del decennio digitale Ue, accanto all’accoppiata già realtà Digital Services Act (Dsa) e Digital Markets Act (Dma). Sempre con attenzione allo strapotere cinese e americano.
(foto SHUTTERSTOCK)