
Editoriale del direttore responsabile Maria Lucia Panucci
«Il prossimo decreto lavoro del governo Meloni taglia le risorse contro la povertà ed allarga le possibilità di ricorrere al lavoro precario. Approvarlo il primo maggio è una provocazione». Le parole di Antonio Misiani, responsabile economia della segreteria nazionale del Pd, non sembrano essere buttate lì tanto per fare opposizione ma ahimè sembrano avere un loro perché. L’ordine del giorno che si sta apparecchiando per il Consiglio dei ministri per varare il decreto Lavoro non sembra andare tanto a favore dei lavoratori ed anzi è proprio il caso di dire che dalla festa al fare la festa il passo è veramente breve.
Per quanto riguarda il cuneo fiscale l’idea è intervenire sulla falsariga di quanto già fatto per il 2023 in Manovra, incidendo sulle buste paga probabilmente già a partire dal mese di maggio. Secondo i calcoli della Banca d’Italia potrebbe portare una sforbiciata di 200 euro all’anno. Ma sembra quasi che il Governo con questa manovra voglia esibire la carota di un taglio temporaneo del cuneo fiscale, che mette una piccola pezza, per qualche mese, alla voragine della perdita del potere d’acquisto dei salari provocata dall’inflazione. La povertà sta dilagando e nemmeno chi ha uno stipendio dorme tranquillo, come ha fatto sapere Bankitalia, secondo cui il 44% delle famiglie italiane andrebbe in fallimento se restasse senza reddito per soli tre mesi.
E nascosto nel decreto ci sarà il bastone dell’ulteriore aggravio della precarietà del lavoro, attraverso la facilitazione all’uso e abuso dei contratti a termine fino a 24 mesi. In particolare dai contratti a termine spariranno le causali, ossia la specificazione del motivo per cui una persona viene assunta e con quali compiti, la cui definizione viene rimandata alla contrattazione aziendale o addirittura individuale, circostanze in cui il potere contrattuale del lavoratore risulta molto ridimensionato, accrescendo i margini per gli abusi dello strumento. Sul reddito di cittadinanza poi, primo punto del Cdm, sono due le considerazioni da fare: da un lato la sua revisione vuole incentivare le persone al lavoro e questo è senz’altro giusto perché per molti quello che doveva essere un aiuto statale si è trasformato in una giustificazione a non fare nulla tutto il giorno; dall’altro però c’è veramente chi ha bisogno di questo reddito e dare meno soldi a meno persone può mettere seriamente in difficoltà le famiglie, soprattutto quelle numerose.
Se pensiamo alla storia forse ci accorgiamo che non c’è veramente nulla da festeggiare il 1° maggio. Possono cambiare le richieste ma il problema di fondo rimane: la precarietà di tanti, troppi lavoratori. Con il 1° maggio, per chi vuole una rinfrescata storica, si ricorda la tragedia della rivolta di Haymarket, avvenuta a Chicago nel 1886. Nei primi giorni di maggio di quell’anno nella città si erano susseguite proteste e scioperi dei lavoratori, che avevano come obiettivo principale quello di portare l’orario di lavoro a 8 ore al giorno. Il 4 maggio scoppiarono degli scontri che portarono alla morte di diversi lavoratori e di 7 poliziotti.
A cosa è valso quel sacrificio? A rendere il 1° maggio una festa ufficiale in Europa ed in Italia? Sembra un po’ poco soprattutto se si considera che dopo quasi due secoli stiamo ancora a parlare di precarietà lavorativa e a combattere per quello che la nostra Costituzione sancisce come un dovere ma anche come un diritto.