
Via libera alla direttiva per migliorare le condizioni dei lavoratori delle piattaforme online
Dopo lo stop di Italia e Francia e due anni di negoziati, la prima legge europea che affronta i diritti e le tutele dei lavoratori delle piattaforme digitali, a partire da rider e tassisti, ha ricevuto il disco verde. Parlamento e governi Ue hanno trovato l’intesa sulla direttiva proposta dalla Commissione europea nel 2021 con lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro del settore. Le nuove misure dovrebbero interessare una platea di oltre 30 milioni di lavoratori in Europa.
Obiettivo primario della direttiva, è quello di garantire che i rider e autisti e altri lavoratori della nuove app digitali vedano il loro status lavorativo riconosciuto, evitando così i casi di lavoro autonomo fittizio.
Uno dei punti cardine della legge è il contrasto al fenomeno delle false partite Iva. Secondo diverse stime, citate dalla stessa Commissione Ue, i finti autonomi sarebbero 5,5 milioni sui 28 milioni di occupati totali nel settore. Chi fa appello alla giustizia per far riconoscere il proprio status reale e i diritti connessi, si scontra spesso con normative poco chiare. Da qui, la necessità di fissare norme e criteri validi per tutta l’Europa. Proprio su questo punto, l’iter della direttiva si era arenato per via dell’opposizione di alcuni governi, tra cui quello italiano e quello francese.
La Commissione europea aveva proposto una serie di criteri validi per tutti i Paesi Ue in base ai quali è possibile stabilire se un lavoratore è dipendente o meno. L’ultima versione del testo prevedeva 5 criteri, dai limiti massimi sulla quantità di denaro che i lavoratori possono ricevere, alle restrizioni alla libertà di organizzare il lavoro e norme su aspetto o comportamento. Se almeno due di questi criteri erano soddisfatti, allora il rapporto lavorativo poteva essere classificato come subordinato. Le pressioni di Francia e Italia hanno eliminato questi criteri fissi: saranno i singoli Stati a stabilire i propri criteri sulla base della normativa nazionale e dei contratti collettivi vigenti. “Le scelte dei Paesi dovranno essere in linea con la giurisprudenza della Corte di giustizia europea“, spiega in una nota il Parlamento Ue.
La direttiva non si ferma ai contratti, ma affronta anche la questione degli algoritmi usati dalle piattaforme per monitorare i lavoratori e compiere delle scelte sul loro utilizzo. Le nuove norme obbligano le aziende a prevedere una supervisione umana dei sistemi automatizzati per garantirne la conformità alle condizioni di lavoro e danno ai lavoratori il diritto di contestare le decisioni automatizzate, come la chiusura o la sospensione degli account. Inoltre, le piattaforme non potranno trattare dati sullo stato emotivo o psicologico di qualcuno o utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per prevedere, ad esempio, se i lavoratori intendono aderire a un sindacato o scioperare. Le persone che lavorano attraverso le piattaforme manterranno il diritto di trasferire i propri dati da una piattaforma all’altra, garantendo la portabilità dei dati e la possibilità di spostarsi senza problemi tra le piattaforme.
Nell’Unione europea, sono attive più di 500 piattaforme di lavoro digitale, per un giro d’affari da 20 miliardi di euro. I lavoratori in questo settore, rider, tassisti, ma anche informatici sono circa 30 milioni. Entro il 2025, si prevede che il loro numero raggiungerà i 43 milioni. Una bella fetta dell’occupazione europea, che però spesso si ritrova a percepire salari da fame, circa il 55% degli occupati nelle piattaforme guadagna meno del salario orario minimo del Paese in cui lavorano, fanno sapere dalla Commissione europea.
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