Roma finisce nel mirino dell’Ue sul fronte dell’assegno unico. La Commissione europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia Ue per non aver rispettato i diritti dei lavoratori mobili di altri Paesi Ue in relazione alle prestazioni familiari.
In pratica i lavoratori che non risiedono in Italia per almeno due anni o i cui figli non risiedono in Italia non possono beneficiarne. Questo, secondo Bruxelles, è “una discriminazione e una violazione “del diritto Ue in materia di coordinamento della sicurezza sociale e di libera circolazione“.
Ricordiamo che l’assegno unico è una misura di supporto ai genitori erogata al posto di altre agevolazioni come il bonus bebè, il premio alla nascita, gli assegni familiari o quelli comunali per le famiglie numerose e le detrazioni a carico. Il trattamento fa parte del Family Act, ovvero della legge delega approvata l’11 giugno 2020 dal Consiglio dei ministri.
L’assegno mensile viene riconosciuto dal settimo mese di gravidanza alle famiglie che hanno figli a carico fino ai 21 anni, con un importo più basso a partire dal diciottesimo anno di età. L’assegno viene riconosciuto anche dopo i 21 anni per i figli disabili a carico. Per loro è prevista una maggiorazione in base al grado di disabilità.
In caso di separazione o di divorzio, l’assegno unico figli viene ripartito in pari misura tra i genitori. In pratica, viene riconosciuto ad entrambi gli ex coniugi in caso di affidamento congiunto dei figli, mentre se c’è un solo genitore affidatario sarà lui ad avere diritto all’assegno unico in caso di separazione, annullamento, cessazione o scioglimento del matrimonio.