E’ un principio assodato che tutte le realtà imprenditoriali dovrebbero tenere in considerazione: garantire il benessere dei dipendenti non è un lusso né una “coccola”, anzi, è soprattutto una strategia che contribuisce a rendere più ricche le aziende.
Se ne parla sempre di più e, a dirla tutta, già due mesi fa era apparso su Linkedin un articolo interessante Il malessere porta a cambiare lavoro che faceva proprio luce su quanto l’equilibrio fisico, psicologico e relazionale faccia la differenza in ambito professionale, ma a ribadirlo adesso è lo studio Benessere e produttività: i benefici economici del corporate wellbeing e i costi del “non fare” per le aziende.
Lo studio, svolto su un ampio campione di dipendenti d’azienda selezionato su territorio italiano, è nato da una collaborazione tra Jointly, prima BCorp in Italia nel settore del corporate wellbeing, e Teha Group.
L’indagine è ufficialmente la prima analisi sviluppata in Italia sui benefici che le aziende possono ottenere implementando azioni di corporate wellbeing, ovvero interventi che puntano a migliorare il benessere dell’organizzazione e quello personale dei collaboratori.
Il risultato è piuttosto chiaro: secondo le analisi svolte, l’adozione di una strategia di corporate wellbeing può portare a un incremento del 20% di produttività rispetto alla media delle aziende che non le adottano, con un valore aggiunto per addetto pari a quasi 60mila euro, a fronte di una media attuale di 50mila euro.
Non solo: gli interventi di benessere aziendale agiscono direttamente sulle capacità di retention, ovvero di trattenere i talenti, cosa che significa ridurre il costo del turnover.
Proprio sotto questo aspetto lo studio è estremamente chiaro: l’infelicità porta un professionista su due (il 42%), a cambiare lavoro nell’ultimo anno, o a pensare di farlo a breve.
Le dimissioni, per altro, hanno un costo elevato. Ogni persona che lascia il lavoro pesa sull’azienda per una cifra pari a circa il 50% del suo stipendio annuo, dunque il costo di ogni dimissione si aggira tra gli 11mila e i 13mila euro.
L’abbandono del posto di lavoro da parte di un dipendente qualificato, infatti, implica dei costi, tra cui quelli relativi alla pubblicazione di annunci, ai colloqui, agli screening o al ricorso a società di recruiting.
I danni si riscontrano anche dal punto di vista della produttività: un dipendente appena assunto all’inizio sarà meno produttivo rispetto al collega che ha lasciato l’azienda, cosa che implica anche un costo legato alla formazione, tra il 10 e il 20% dello stipendio di un neo-dipendente, e altri costi nascosti come la perdita di fiducia e la ridefinizione delle relazioni con i clienti.
Va da sé, dunque, che mettere il benessere dei dipendenti fra le priorità è essenziale per ridurre il costo del lavoro, per migliorare lo stato di salute individuale e organizzativo e per rendere le aziende più attrattive sul mercato: non è un caso che, nel 2024, il motivo per cui le persone cambiano lavoro sia nel 36% dei casi la ricerca di maggior “benessere fisico e mentale” (36%).