Il peso della Cina è sempre più ampio e sempre più forte. Da nazione arretrata è riuscita, in meno di 50 anni, a conquistare il mondo e a diventare, al pari degli USA, un market mover internazionale. Ma questa crescita porta inevitabilmente con sé più di una conseguenza e più di una domanda. Un quadro complesso che è oggetto dell’attenta analisi di Gabriel Debach, market analyst di eToro
Il 1° ottobre la Cina ha festeggiato i suoi 75 anni. Ieri era un Paese povero e arretrato, oggi è la seconda potenza economica mondiale. Cosa ha permesso questa metamorfosi in circa tre quarti di secolo?
«La data ufficiale della nascita della Repubblica Popolare Cinese, guidata da Mao Zedong, è il primo ottobre 1949. I primi decenni, tuttavia, non scrivono pagine di storia esaltanti dal punto di vista economico, anzi. Il piano economico e sociale ideato da Mao e denominato “Il grande balzo in avanti” si è rivelato presto un fallimento, al punto tale da mettere in discussione la figura di Mao stesso e di portare allo scoppio della “Grande rivoluzione culturale”, nel 1966, che fu in seguito definita dal Partito Comunista Cinese come la “responsabile della più grave battuta d’arresto e delle più pesanti perdite subite dal Partito, dal Paese e dal popolo dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese”. Di fatto, quindi, la storia della rivalsa economica cinese inizia solo trent’anni dopo la nascita della Repubblica Popolare, nel 1978, e ha in Deng Xiaoping il suo artefice. Deng fu de-facto alla guida del Paese fino al 1992, periodo durante il quale attuò una linea economica di riforma e apertura: apertura all’esterno, anche in termini di investimenti esteri, e transizione verso un’economia di mercato. La fortuna della Cina risiede inoltre nella globalizzazione. In questo senso, una data che fa da spartiacque è l’11 dicembre 2001, quando la Cina è entrata a far parte della World Trade Organization. Forte di una popolazione tra le più numerose al mondo, in pochi anni la sua crescita è stata roboante, anche in termini di prodotto interno lordo pro-capite. L’apertura all’economia di mercato da parte della Cina, il suo posizionamento nelle dinamiche della globalizzazione, la sua forza manifatturiera, che l’ha resa una delle primarie destinazioni di investimenti esteri al mondo, e il suo ruolo come controparte sia nelle esportazioni che nelle importazioni hanno fatto di Pechino quello che è oggi».
Recentemente i mercati mondiali hanno registrato un rally anche grazie agli stimoli arrivati dal governo di Pechino e dalla banca centrale cinese in aiuto alla sua economia sempre più in fase di rallentamento. Ad oggi è possibile fare il punto della situazione sullo stato di salute dell’economia cinese?
«La Cina si sta espandendo più rapidamente dell’Europa e degli Stati Uniti, ma il ritmo attuale è inferiore rispetto alla crescita degli ultimi anni e a quello che Pechino vorrebbe mantenere. Su questa premessa, non credo che le mosse di Pechino siano finite. Sebbene l’ampio pacchetto a sostegno dell’economia, del comparto immobiliare e del mercato azionario sia un passo nella giusta direzione, potrebbe non essere ancora all’altezza dello stimolo “bazooka” necessario per invertire la tendenza. In questa fase, ciò che conta di più per l’economia è la domanda, e ritengo che misure fiscali più incisive sarebbero molto più efficaci della sola politica monetaria nel rilanciarla. Le misure adottate sono sicuramente di supporto, anche se, come detto, probabilmente non esaustive. Non credo che siano sufficienti a portare la crescita del PIL cinese al target del 5% per il 2024, considerando anche il tempo a disposizione. Tuttavia, le ultime stime del FMI indicano una crescita del 4.9% per il 2024 e del 4.5% per il 2025, che sono comunque risultati positivi ma leggermente al di sotto delle ambizioni iniziali di Pechino. Mi aspetto che il governo cinese introduca nuove politiche fiscali mirate a sostenere ulteriormente la domanda. Rafforzare la spesa pubblica in settori strategici e incentivare il consumo interno potrebbero essere chiavi per una ripresa più robusta e sostenibile».
Qual è, oggi, il peso della Banca centrale cinese sull’economia mondiale? E quale potrebbe essere in futuro? A proposito del sistema bancario, le cosiddette banche ombra cinesi sono ancora una mina vagante nel panorama finanziario internazionale?
«La Banca Popolare Cinese (PBoC) ha assunto un peso sempre maggiore nell’economia globale, riflettendo la crescita della Cina e la sua influenza sui mercati internazionali. Con oltre 3 trilioni di dollari in riserve valutarie e la capacità di intervenire attraverso politiche monetarie e requisiti di riserva obbligatoria, la PBoC gioca un ruolo chiave tanto nell’economia domestica quanto nei flussi commerciali globali. L’importanza della PBoC si manifesta chiaramente nei rapporti con partner come l’Unione Europea, di cui la Cina è il secondo maggiore partner commerciale, con scambi che nel 2023 hanno toccato i 739 miliardi di euro. Negli Stati Uniti, invece, la Cina si posiziona come secondo fornitore di beni, con un volume di importazioni di 448 miliardi di dollari. Ma l’ambizione di Pechino va oltre: trasformare lo yuan in una valuta di riferimento internazionale. La Banca Popolare Cinese sta cercando di promuovere l’uso della propria moneta attraverso accordi di swap con altre banche centrali e includendo lo yuan nel paniere di valute dei Diritti Speciali di Prelievo (SDR) del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, la strada è ancora lunga. Il maggiore ostacolo è la scarsa fiducia degli investitori globali, frenata dalla limitata apertura dei mercati cinesi e da controlli sui movimenti di capitale che bloccano l’afflusso di liquidità estera. Senza un mercato dei capitali completamente liberalizzato e opzioni di investimento liquide e sicure simili ai Treasury americani, lo yuan rischia di restare confinato a una dimensione regionale. Un esempio è il caso della Russia, dove aziende locali hanno emesso debito in yuan per aggirare le sanzioni, ma hanno trovato difficoltà a reperire sufficiente liquidità. In assenza di riforme strutturali, lo yuan difficilmente conquisterà il ruolo di riserva globale. “Un sistema chiuso non può dare vita a una moneta aperta,” potrebbe dire un analista. Ma la sfida non è solo economica: l’indipendenza limitata delle istituzioni finanziarie cinesi e l’influenza politica sul sistema bancario pesano sulla fiducia degli investitori globali. In uno scenario sempre più attento alla stabilità e alla trasparenza, la Cina dovrà convincere il mondo che il proprio sistema finanziario è affidabile. Passando al tema delle banche ombra, questo settore non regolamentato rappresenta ancora una mina vagante per la stabilità finanziaria globale. Negli ultimi anni, le autorità cinesi hanno cercato di limitare i rischi adottando misure di trasparenza e riducendo l’accesso al credito, ma il problema è lontano dall’essere risolto. Il sistema bancario ombra cinese continua a operare con una certa opacità e, in tempi di rallentamento economico, il rischio che questi attori alternativi possano destabilizzare l’intero ecosistema finanziario rimane elevato. Un esempio evidente è stato il caso Evergrande, che ha mostrato come le interconnessioni tra il sistema finanziario ufficiale e le shadow banks possano amplificare le turbolenze. Questo settore rappresenta anche una minaccia per Pechino stessa: le banche clandestine offrono canali alternativi ai cittadini cinesi per eludere i rigidi controlli sui movimenti di capitali, con una fuga di denaro che si sta rivelando sempre più difficile da gestire. È significativo che, nonostante le tensioni geopolitiche, Cina e Stati Uniti abbiano deciso di rafforzare la cooperazione proprio nella lotta al riciclaggio di denaro — uno dei pochi ambiti in cui i due giganti collaborano. Questo riflette l’ansia di Pechino nel mantenere il controllo sulla propria stabilità finanziaria. Il governo di Xi Jinping ha tentato di arginare il problema con campagne anti-corruzione e limiti ai trasferimenti internazionali: ai cittadini cinesi è consentito inviare solo 50.000 dollari all’anno all’estero. Tuttavia, per i più facoltosi questa cifra è insufficiente, e così crescono le richieste a finanziatori illeciti non per riciclare denaro, ma per proteggere e trasferire parte della loro ricchezza oltre confine. In un contesto in cui Pechino sta cercando di riorganizzare il proprio sistema finanziario, l’interdipendenza globale rende ogni scossa in Cina un potenziale terremoto per gli altri mercati. Se la PBoC riuscirà a trovare un equilibrio tra supporto economico e gestione del rischio, il suo peso sull’economia mondiale continuerà a crescere, ma il percorso non è privo di ostacoli. La mancanza di trasparenza, i rigidi controlli sui capitali e l’indipendenza limitata delle istituzioni restano i maggiori freni a una piena fiducia nello yuan come valuta di riserva.
Microchip made in China. La corsa del Dragone per creare microchip tra i confini nazionali ed aggirare così le restrizioni imposte dagli USA potrà destabilizzare l’Occidente?
«Secondo le notizie riportate dal Wall Street Journal e rimbalzate poi sulle testate giornalistiche di tutto il mondo, Xi Jinping avrebbe richiesto alle telco locali di individuare i chip di fabbricazione estera all’interno delle loro reti e procedere alla loro sostituzione, entro il 2027. Questo annuncio segue una direttiva simile che puntava all’eliminazione dei chip di produzione Usa dai computer governativi. Si tratta di una mossa economica che non può essere letta come una ritorsione verso i dazi imposti da Paesi stranieri, in particolare dagli Stati Uniti, per rallentare lo sviluppo dell’industria cinese dei semiconduttori. Infatti, se le aziende di telecomunicazione cinesi non potranno acquistare chip dall’esterno, si verrà presto a creare un deficit di offerta che Pechino spera possa presto venire colmato dalla produzione interna, arrecando al contempo un danno ai fornitori esteri. Lo scorso anno, il mercato cinese ha pesato sui fatturati di Intel e Amd rispettivamente per il 27% e il 15%. E’ naturale immaginare che la mossa di Pechino porti a una flessione di questi numeri. Ad ogni modo, è opportuno fare un distinguo. La produzione interna di chip in Cina riguarda i cosiddetti legacy chip, ovvero i chip standard, non quelli di ultima generazione, la cui supply chain è più stratificata e complessa. I legacy chip non possono essere utilizzati nell’addestramento dell’AI, ma sono utilizzati come componenti nei prodotti di uso comune. Lo sforzo della Cina per aumentare la produzione interna potrebbe portarla ad essere il fornitore leader di questo tipo di componenti e quindi metterla nella posizione di poter influenzarne, se non controllarne, le dinamiche di domanda e offerta».
Il settore immobiliare di Pechino è stato motivo di grande preoccupazione sui mercati a cominciare dal fallimento di Evergrande che ha trascinato con sé anche altri “colleghi” cinesi come Country Garden. L’intervento delle autorità e le misure di stimolo saranno misure sufficienti per risolvere il problema?
«La crisi di Evergrande ha alzato il velo su serie problematiche che vedono protagonista il settore immobiliare cinese. In molti temevano l’effetto domino che aveva trascinato con sé l’economia globale nel 2008, con la crisi dei mutui subprime, ma fortunatamente lo spillover non ha avuto lo stesso impatto internazionale, lasciando comunque il segno nell’economia domestica (il settore immobiliare vale circa il 30% del Pil cinese). L’intervento del governo è stato massiccio, ma analisti ed esperti sono divisi nel giudicare se le misure decise saranno sufficienti per risolvere, o arginare, il problema. Il pacchetto introdotto da Pechino chiede ai governi locali di acquistare le case invendute dai costruttori e di convertirle in alloggi sociali a prezzi accessibili. A ciò si unisce una riduzione dei tassi di interesse sui mutui e dei coefficienti di acconto e, soprattutto, 300 miliardi di yuan (41,5 miliardi di dollari) di liquidità a basso costo della banca centrale per finanziare gli acquisti statali di proprietà invendute. I numeri sembrano da capogiro, ma la voragine è ben più ampia, soprattutto se consideriamo che le municipalità locali sono già altamente indebitate. Secondo le stime di Goldman Sachs, il valore totale delle case invendute, dei progetti incompiuti e dei terreni inutilizzati in Cina è di circa 30.000 miliardi di yuan (4.100 miliardi di dollari), mentre per ridurre l’offerta di alloggi ai livelli visti l’ultima volta nel 2018, anno in cui il boom immobiliare ha raggiunto l’apice, potrebbero essere necessari più di 7.000 miliardi di yuan (967 miliardi di dollari)».
Il dollaro è, da sempre, la valuta di riferimento dell’economia mondiale ma la Cina è sempre più una potenza mondiale di primo piano. Lo yuan, anche in virtù dell’ampia rete di alleanze economiche nate in seno ai BRICS, potrà minacciare l’egemonia del biglietto verde?
«Su questo punto si è espresso di recente Huang Qifan, consigliere accademico del China Finance 40 Forum (CF40), durante il sesto Bund Summit organizzato congiuntamente da CF40 e dal Centro Cinese per gli Scambi Economici Internazionali (CCIEE).
Qifan ha puntualizzato che lo yuan viene accettato da un numero sempre maggiore di economie e operatori di mercato, favorendo la sua internazionalizzazione. Tuttavia, la quota dello yuan nei pagamenti e nei settlement globali è solo del 4% circa e, come valuta di riserva, rappresenta poco più del 2% del totale».
Risulta difficile pensare, conclude Debach, che lo yuan possa anche solo avvicinarsi a sostituire il dollaro Usa, che è la valuta di quasi il 50% delle transazioni internazionali e rappresenta circa il 60% delle riserve valutarie globali.
Continua il percorso dedicato ai Brics. La prossima settimana con eToro parleremo del Brasile.