Chi sono in Italia i sottoscrittori di fondi comuni? Verso quali strumenti si rivolgono? Quali sono i trend del momento e del futuro? A questi ed altre domande abbiamo cercato di rispondere con Riccardo Morassut, Senior Research Analyst dell’Ufficio studi di Assogestioni che cura ogni anno un Osservatorio sul tema.
Qual è l’identikit italiano di sottoscrittori di fondi comuni? Chi investe di più nel nostro Paese, i giovani o le persone mature?
«Sono 11,1 milionigli italiani che sottoscrivono fondi comuni di investimento, per un valore totale investito che ha raggiunto quota 546 mld euro. Il dato censito dall’Osservatorio di Assogestioni, rapportato all’intera popolazione del Paese, implica un tasso di partecipazione del 18,8%, il che significa chequasi 1 italiano su 5 affida almeno parte dei propri risparmi a questa tipologia di strumento. Il valore medio dell’investimento è di 49.000 euro. Un importo che però varia a seconda del tipo di prodotto scelto: più basso per i sottoscrittori di fondi italiani (30.000 euro), più elevato per i sottoscrittori di fondi esteri. La dimensione più “pop” dei fondi comuni di investimento emerge anche dai risultati sulla modalità di sottoscrizione e dallo spaccato demografico dei dati, che confermano come questi strumenti consentano a chiunque l’accesso alla gestione professionale dei risparmi e non siano di appannaggio esclusivo di coloro che possiedono grandi patrimoni. Il 50% dei sottoscrittori investe infatti fino a 20 mila euro, quindi somme non altissime. Il 41% sono Boomers, ovvero over 60, il 29% Gen X, cioè i nati dal ‘65 all’’80, poi c’è un 16% rappresentato dalla fascia più anziana ovvero gli ultra 78enni. Gli under 40 sono il 15%. Questa ripartizione fa sì che l’età media sia di 61 anni, quindi un investitore maturo. Il dato interessante è che gli under 40 sono però in aumento. Nel 2023 si assiste ad un incremento di tre punti, quindi man mano sempre più giovani stanno investendo in fondi».
Riscontrate delle differenze rispetto al passato?
«Questo tipo di indagine viene svolta dal 1996, ha uno storico piuttosto importante. Tendenzialmente l’età media è sempre stata sopra i 50 anni. C’è uno scarso ricambio generazionale, cioè i giovani fanno fatica ad investire a causa della difficoltà di accumulare risparmi. Ma non mancano, come abbiamo visto prima, i primi segnali di cambiamento con le nuove generazioni che stanno gradualmente iniziando a investire, anche nell’ottica di una pianificazione finanziaria di lungo termine».
Anche nel campo finanziario si possono riscontrare differenze di genere? Cioè le donne investono?
«I sottoscrittori uomini rappresentano il 53% contro il 47% delle donne, quindi c’è una quasi parità con un gap solo di 6 punti. Se prendiamo i dati degli anni ’90 c’era una differenza ben più ampia: 60% contro il 40%, quindi con un gap di 20 punti. Ciò conferma la natura democratica dei fondi. Infatti, sulla scia di un trend in corso da anni,la differenza uomo-donna nell’universo dei sottoscrittori italiani si sta progressivamente annullando ed anche l’investimento medio di uomini e donne si sta avvicinando nei valori: infatti, i primi investono circa 51.000 euro, contro i 47.000 delle donne. Lato investimenti in fondi si può quindi dire che siamo più avanti rispetto a molti altri scenari socio-economici in Italia».

Riccardo Morassut, Senior Research Analys dell’Ufficio Studi di Assogestioni (foto ufficio stampa)
Emerge la propensione di Millennial e Generazione Z a prediligere i Pac. Di cosa si tratta e perché hanno così tanto successo?
«E’ bene ricordare che le modalità di investimento in fondi sono due: il PIC, cioè piano di investimento del capitale, in pratica investire il capitale tutto in una volta, oppure tramite il PAC, piano di accumulo di capitale che prevede di investire in modo graduale, rateale nel tempo, magari ogni mese ma con importi molto limitati. Il PAC può essere modulato in base alle esigenze del sottoscrittore, cioè si può investire in fondi anche a partire da 50 euro al mese, aumentando la cifra all’occorrenza. Il piano d’accumulo consente intanto di ottenere una pianificazione finanziaria nel tempo del proprio capitale investito e consente di attutire quelle che sono le volatilità sui mercati finanziari. Supera il 50% la quota dei sottoscrittori più giovani che investe in questo modo. È una modalità efficiente, che aiuta da un punto di vista comportamentale, eliminando il fattore market timing. Viceversa, oltre il 70% dei Boomers sceglie di investire in un’unica soluzione».
Su cosa investono maggiormente gli italiani in generale e perché?
«Sul mercato dei fondi i sottoscrittori italiani hanno sempre avuto una propensione limitata al rischio, quindi hanno sempre privilegiato gli investimenti in fondi obbligazionari e bilanciati, con oltre il 50% delle masse che convergono in questa tipologia di prodotto, ovvero in soluzioni più prudenti. Sta crescendo nel tempo la fetta allocata nei fondi azionari, soprattutto grazie alla forte penetrazione nel mercato italiano dei fondi esteri promossi dalle grandi case anglo-americane».
Quali sono i trend per il futuro secondo la vostra analisi?
«Pensiamo, visto il trend del momento, che sempre più donne investiranno in fondi riducendo il gap con la controparte maschile fino ad annullarlo del tutto tra qualche anno. La vera sfida per l’industria e le reti di risparmio sarà gestire il passaggio generazionale della ricchezza in fondi, molto concentrata come abbiamo visto nelle fasce mature. Guardando non al numero di sottoscrittori ma allo stock investito, solo il 5% delle masse è in mano agli under 40, mentre oltre il 70% ai Boomers. Ci sono, come abbiamo detto prima, i primi segnali di cambiamento che saranno sempre più evidenti con il passare del tempo e che quindi andranno gestiti. Il 65% dei sottoscrittori risiede poi nel Nord Italia, un dato statico nel tempo. In particolare il 38% risiede al Nord Ovest, il 26% al Nord Est, 19% al Centro, il 12% al Sud ed il 5% nelle Isole. Quindi c’è una forte sovra rappresentazione degli investitori che risiedono nel Settentrione ma c’è la possibilità di intercettare tutto quel risparmio al Sud dove si tende a non investire ma a detenere prodotti di liquidità. Anche questa sarà una sfida importante per le reti di consulenza e le banche: mobilitare tutte queste risorse ed indirizzarle verso il risparmio gestito».
Insomma una evidenza che emerge molto chiaramente dall’Osservatorio è che un solo identikit non basta. L’insieme dei sottoscrittori al suo interno presenta molteplici peculiarità: ad esempio, il patrimonio resta concentrato sul quartile più alto, i cui sottoscrittori detengono circa tre quarti dell’investimento totale ma metà degli 11 milioni circa di investitori accede con cifre inferiori a 20mila euro. E questo grazie alla natura democratica dei fondi. Inoltre, sulla scia di un trend in corso da anni,la differenza uomo-donna nell’universo dei sottoscrittori italiani si sta progressivamente annullando, in favore di un sostanziale equilibrio tra i generi. Nella Penisola sono ancora i Boomers a investire maggiormente in fondi comuni, seguiti a ruota dalla Gen X. Ma non mancano i primi segnali di cambiamento con gli under 40 che stanno gradualmente entrando e che nel futuro stravolgeranno lo scenario complessivo.