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La Pa italiana è anziana: mezzo milione i dipendenti over 62

Entro il 2021 più pensionati che dipendenti

La pubblica amministrazione italiana è anziana. Ad oggi i lavoratori pubblici che hanno compiuto 62 anni ammontano ad oltre 540 mila, il 16,9% del totale, e sono 198 mila i dipendenti che hanno maturato oltre 38 anni di anzianità. Questo è quello che evidenzia la ricerca sul lavoro pubblico presentata in apertura di FORUM PA 2020 – Resilienza digitale, la manifestazione dedicata ai temi dell’innovazione e della trasformazione digitale come risposta alla crisi, organizzata da FPA, società del Gruppo Digital360.

La fotografia tracciata è purtroppo quella di una PA anziana, in cui l’età media del personale è di 50,7 anni, in cui 4 dipendenti su 10 hanno la laurea ma gli investimenti in formazione, necessari per aggiornare competenze e conoscenze, si sono quasi dimezzati in 10 anni, passando dai 262 milioni di euro del 2008 ai 154 milioni del 2018: 48 euro per dipendente, che consentono di offrire in media un solo giorno di formazione l’anno a persona.

Uno scenario desolante che si riflette poi su una burocrazia lenta, cattiva ed inefficiente (leggi qui). Uno scenario che fa anche tanta rabbia, considerando che ci sono moltissimi giovani a casa senza lavoro o magari costretti ad andare all’estero perché in Italia non trovano nulla.

E di questo passo entro il 2021 la P.A. italiana potrebbe avere più pensionati che dipendenti, per il continuo calo del personale e un equilibrio fra ingressi e uscite che, nonostante lo sblocco del turnover, non è ancora stato raggiunto. A fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici italiani (in termini assoluti il 59% in meno di quelli francesi, il 65% di quelli inglese, il 70% di quelli tedeschi) i pensionati pubblici sono già 3 milioni. Purtroppo le procedure per il cambio generazionale sono lente e la media dei tempi tra emersione del bisogno e effettiva assunzione dei vincitori dei concorsi è di oltre quattro anni. “I lavoratori pubblici italiani oggi sono pochi, anziani e poco qualificati – afferma Gianni Dominici, direttore generale di FPA. – Sono positive le nuove norme che accelerano i concorsi, ma se si opterà su un semplice rimpiazzo del personale invece che su assunzioni basate sull’individuazione dei fabbisogni c’è il rischio di sprecare un’occasione irripetibile: è importante assumere presto, ma soprattutto bene”.

C’è poi tutto il problema della necessità di svecchiare la burocrazia italiana con l’utilizzo di strumenti tecnologici più evoluti che rendano il lavoro più agile, veloce ed efficiente. “Come certifica anche il DESI, l’indice della Commissione europea che nel 2020 ci colloca al 25º posto fra 28 Stati UE nell’attuazione dell’Agenda digitale, l’Italia è ancora ben poco digitale – ha sottolineato Andrea Rangone, presidente di Digital360. – Anche la PA italiana è ancora molto in ritardo, come ha dimostrato chiaramente l’emergenza covid-19: solo quelle amministrazioni che avevano già investito in digitalizzazione e capitale umano sono state reattive alla crisi e in grado di continuare a lavorare anche in smart working. La trasformazione digitale della PA è fondamentale per la ripartenza del Paese e questa passa anche dalla crescita delle competenze digitali dei dipendenti pubblici, sulla cui formazione si registra purtroppo ancora un gap da recuperare”.

di: Maria Lucia PANUCCI

FOTO: ASKANEWS

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