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Vaccini, Big Pharma aumenta i prezzi di altri farmaci

L’obiettivo è finanziare il vaccino anticovid con un aumento del 5% su 300 prodotti

Secondo quanto riportato da Reuters, con l’inizio del nuovo anno alcune delle case farmaceutiche più attive nella produzione del vaccino anticovid hanno aumentato i prezzi di oltre 300 farmaci di largo consumo di circa il 5%. Tra le aziende coinvolte ci sono Pfizer e Sanofi, che hanno cercato così sia di contrastare gli effetti della pandemia, che ha causato un calo nella domanda per alcune categorie farmacologiche, sia di auto-finanziarsi per la produzione del vaccino, che ha richiesto un dispiego di energie senza precedenti. Ma per ovviare ai problemi economici dell’emergenza sanitaria anche altre case farmaceutiche, non direttamente coinvolte nei vaccini, hanno aumentato i prezzi dei loro prodotti più utilizzati, con percentuali che arrivano fino al 10%.

L’aumento ha coinvolto alcuni farmaci molto diffusi, soprattutto nel mercato Usa. GSK per esempio ha incrementato il costo di due vaccini, lo Shingrix, che serve a prevenire l’herpes zoster e la navralgia post-herpetica, e il Padiarix, che combatte la difterite, il tetano e la pertosse. Gli aumenti sono stati rispettivamente del 7% e dell’8,6%. Teva Pharmaceuticals ha incrementato i prezzi di 15 medicinali tra cui il farmaco per l’asma Qvar, il miorilassante Amrix e il Nuvigil contro la narcolessia.

Venendo a Pfizer, l’azienda fino a questo momento più attiva nella produzione dei farmaci anti-covid, le modifiche al listino prezzi hanno toccato alcuni medicinali oncologici, come l’Ibrance e l’Inlyta, e il farmaco per la cura dell’artrite reumatoide, lo Xeljanz. «Questo modesto aumento è necessario per supportare gli investimenti che ci permettono di continuare a scoprire nuovi farmaci – ha spiegato la portavoce Amy Rose – e a rendere gli stessi disponibili ai pazienti che ne hanno necessità». D’altronde Pfizer la scorsa primavera è stata l’unica azienda farmaceutica a rifiutare i finanziamenti dell’Operazione Warp Speed, lanciata dall’amministrazione Trump per accelerare lo studio del vaccino. La decisione era stata presa per evitare di vincolare gli scienziati alla «burocrazia derivante dal dover fornire rapporti e concordare come spendere i soldi», come aveva spiegato allora la stessa azienda.

Al di là del mercato dei vaccini, in America come nel resto del mondo si agita lo spettro dell’inflazione, e il generale aumento dei prezzi dei beni di prima necessità che sembra essere influenzato sempre più drasticamente dalle notizie circa il coronavirus e i farmaci per combatterlo.

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA

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