
Domani a Bruxelles la Commissione presenterà l’aggiornamento delle previsioni economiche della UE. Atteso per l’Italia il via libera al pagamento della terza rata del Pnrr
Dopo la pausa estiva e l’appuntamento del G20, il governo entra nel vivo dell’attività. Sette giorni in cui appuntamenti europei e interni si intrecciano, disegnando scenari decisivi per le mosse che dovranno essere adottate fra settembre e ottobre.
Domani a Bruxelles la Commissione presenterà l’aggiornamento delle previsioni economiche della UE che partono da ipotesi di crescita economica assai contenute, con un +1,1% del Pil nel 2023 e di un +1,5% nel 2024.
Come riferisce Italpress, La debole congiuntura ha portato già paesi trainanti come la Germania in recessione, la balbettante crescita cinese rivista al ribasso, uno scenario macrocongiunturale debole in cui condizioni macroeconomiche e contingenti come la guerra in Ucraina deprimono le aspettative e fanno facilmente ipotizzare una revisione al ribasso di queste previsioni.
Con la conseguenza non di poco conto di peggiorare gli indici e i parametri cui fa riferimento la Commissione Europea per monitorare l’andamento dell’economia continentale.
In questa settimana, durante la quale dovrebbe arrivare per l’Italia anche il via libera al pagamento della terza rata del Pnrr (quella del secondo semestre 2022 per 18,5 miliardi), riveste molta importanza la riunione del direttivo della Banca centrale europea, previsto per giovedì 14 (preceduto mercoledì dal quella del Board della americana FED). L’attesa è tutta per la decisione che Francoforte dovrà prendere sui tassi di interesse.
Si tratta di vedere se si arriverà al dodicesimo rialzo consecutivo dal luglio 2022, con il tasso di riferimento cresciuto dallo 0 al 4,25%, o se, come probabilmente avverrà, la BCE si prenderà una pausa. Pronta, come già ha fatto intendere, a riprendere la corsa all’insù qualora l’inflazione non proseguisse la sua pur lentissima discesa, o addirittura, complice l’incombente stagione più fredda e con essa la domanda di energia, mostrasse segnali di rialzo. Insomma si tratterebbe di intraprendere quella cosiddetta politica di persistenza di tassi su livelli più elevati per battere le aspettative di aumento dei prezzi.
La settimana (caratterizzata anche dall’ultimo discorso di Ursula von der Leyen, sullo stato dell’Unione) si chiude con l’atteso Ecofin informale di Santiago di Compostela, durante il quale sarà avviato la discussione sul contrastato piano di aggiornamento del Patto di stabilità che, in assenza di modifiche, ripartirà dal primo gennaio 2024 sulla base dei vecchi parametri fissati a Maastricht nel 1992.
Si tratta di un appuntamento decisivo per l’Italia. Se non vedremo accolte le nostre richieste di scorporare dalle misurazioni le spese investite per la transizione verde, la digitalizzazione, il sostegno alle zone colpite da disastri naturali, ci troveremmo nei guai, sottoposti a una raffica di richiami e sanzioni.
In questa settimana entrante si preparerà il terreno al MEF per la stesura della Nadef, la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e finanza che entro il 27 settembre il Governo deve presentare per fissare numeri e paletti della Legge di Bilancio. Decisivo anche in questo caso cosa deciderà l’Europa, più in particolare Eurostat, che dovrà dirci come contabilizzare la mazzata contabile del Superbonus.
Se dirà che va trattata nel primo anno di contabilizzazione (questo), saranno dolori: l’ipotizzato deficit/pil al 4,5% schizzerà al 6%, con intuibili e negative conseguenze. In ogni caso si sta delineando una finanziaria (come si chiamava una volta) prudente e austera, quantificabile attorno ai 30 miliardi, di cui per ora si ipotizzano coperture attorno ai 18-20 miliardi.
Si tratta dei 4,5 miliardi ricavabili dal più positivo deficit del 2024, dalla spending review dei ministeri (1,5 miliardi), della tassa sugli extra profitti delle banche (se resisterà…) per 2,5 miliardi, di una nuova tassa sulle multinazionali per 1,5 miliardi, dai 2 miliardi del gettito iva sui prezzi dei carburanti, dai 3 miliardi della riforma fiscale con il concordato e l’adempimento collaborativo, di altri 2 miliardi circa per fondi non utilizzati.
Sullo sfondo le incognite legate al pagamento delle varie rate del PNRR. Sono per ora numeri, ipotesi, scenari mutevoli, attorno ai quali si muovono interessi politici e di partito, anche se il Governo sembra deciso a concentrare i suoi sforzi, limitati da una congiuntura non favorevole, sull’obiettivo di alleviare i redditi del ceto medio basso e della famiglie meno abbienti.