Siamo nel mezzo della stagione estiva, il ché significa anche e soprattutto mare. La Blue Economy alimenta la transizione green in Europa grazie allo sviluppo delle industrie e dei settori legati agli oceani, ai mari e alle coste, con i dati che arrivano direttamente dall’economia del mare. Mare e non solo: eolico offshore, nucleare e città sostenibili questi i molti argomenti affrontati negli studi di Business24tv dal direttore scientifico di Legambiente Andrea Minutolo, intervistato dal nostro direttore editoriale Matteo Vallero.
Considerata la stagione partiamo parlando di mare. E iniziamo subito con l’assegnazione delle bandiere blu e la buona notizia che l’Italia ha le acque balneabili più pulite d’Europa. E’ un dato positivo da cui si può partire: qual è il valore aggiunto del nostro mare in termini di pil e le sue criticità legate all’inquinamento?
«L’assegnazione delle bandiere blu ormai è un trend degli ultimi anni, la qualità dei nostri mari è eccellente, certificata dai nostri enti che, ha permesso ai comuni costieri di candidarsi alla Eae. La bandiera blu premia, non è solo legata alla qualità del mare ma anche i servizi: l’accesso disabili, qualità dei vari servizi. E queste sono le luci ma abbiamo ancora qualche ombra da dipanare. I punti critici di alcune località marittime sono le foci dei fiumi che possono inquinare i nostri mari, a cui si deve fare maggiore attenzione. Le bandiere blu, per completare al risposta incidono decisamente sul Pil, come la nostra bellissima diversificazione, tutto ciò crea un indotto enorme per il turismo. Visitare la costa ma spingere anche nell’entroterra».
In che modo l’economia del mare può far crescere il Mezzogiorno d’Italia?
«L’economia del mare è pari a 170 miliardi di euro, vale poco meno dell’11% del Pil. Il Sud in questo è trainante con un margine di crescita notevole, questo vuol dire anche crescita dell’occupazione in quei territori. C’è anche l’aspetto degli introiti derivanti da tutto l’indotto del turismo del mare che possono essere utilizzati per colmare il gap con i servizi per i cittadini, di cui si vive poi per tutto il resto dell’anno».
Il rapporto isole sostenibili 2024 di Legambiente ha fotografato il lento progredire della transizione ecologica in particolare per le isole minori. Può darci un prospetto della situazione e cosa andrebbe fatto per migliorare?
«Le isole minori sono spesso definite un laboratorio della transizione ecologica, in quanto limitate fisicamente e geograficamente hanno delle problematiche ma anche potenzialità enormi proprio per questo motivo. Con il nostro rapporto presentato insieme al Cnr abbiamo voluto dare una parametrizzazione delle isole minori secondo alcune categorie specifiche: rifiuti, uso acqua, energie rinnovabili, consumo suolo, depurazione, aeree marine protette e biodiversità, mobilità. E’ una fotografia su sei temi messi a sistema per cercare di restituire un reale posizionamento delle isole di fronte a certi temi. Su tutte questi fronti ci sono isole che sono più avanti e altre meno. Al momento possiamo dire che ci sono lenti progressi ma con una strategia comune possiamo raggiungere grandi risultati».
L’intervista completa ad Andrea Minutolo (dir.scientifico Legambiente) è andata in oda sul canale 410 del digitale terrestre
Nel vostro primo Blue Economy Forum a giugno si è parlato della crescita blu del mare come forza trainante per la transizione ecologica, di economia sostenibile e made in Italy. In cosa consiste e quali progetti avete in merito?
«Blue economy è tutto l’indotto legato al mare che vale quasi l’11% del Pil italiano. E proprio per il suo valore bisogna fare attenzione perché è un ecosistema molto fragile e in un sottile equilibrio, c’è sempre un limite da non superare, per questo il valore economico non può essere il solo parametro da considerare. Il mare è di tutti ma ampliare le aree marine protette, conservarlo e proteggerlo diventa fondamentale per preservare una biodiversità che non viene considerata in quell’indotto, ma che diventa un valore economico aggiunto per la sua unicità e bellezza come attrazione turistica».
Ci può parlare dell’eolico offshore e perché, secondo ultimi dati forniti proprio da Legambiente, l’Italia risulta ancora la Cenerentola d’Europa? Perché è così importante puntarci?
«Stiamo vivendo una crisi climatica a livello globale a cui bisogna porre rimedio certamente a livello globale ma ognuno deve fare la propria parte. Per fronteggiare la crisi climatica ci sono due strade: quella della mitigazione e quella dell’adattamento. Per mitigazione si intende ridurre le emissioni in atmosfera di gas clima alteranti, che intrappolano energia solare e fanno alzare la temperatura media creando uno squilibrio. Anche pochi decimi di grado in più, e qui viaggiamo già a innalzamenti di temperatura di 1/1,5 gradi e 2, 2 gradi e mezzo, creano diversi problemi. Scatenano una serie di fenomeni per cui ci dobbiamo seriamente preoccupare. L’intera comunità scientifica concorda che ridurre le emissioni in atmosfera è l’unico modo. Stiamo assistendo ad un’amplificazione antropica del cambiamento climatico determinata dall’azione dell’uomo, dovuta ai combustibili fossili. Quindi dobbiamo cambiare il modello di gestione e utilizzo dell’energia: riducendo la richiesta a cui oggi siamo abituati e cambiando il combustibile. Vanno bene le energie rinnovabili, il fotovoltaico e tutte le azioni personali e private che adottiamo ma servono impianti industriali. L’eolico offshore è il punto di equilibrio in cui si riesce a mantenere una buona produzione con un impatto ambientale nullo e soprattutto con un impatto paesaggistico poco invadente. Esistono impianti sia fissi sui fondali e su piattaforme galleggianti, questi reggono una produttività industriale che può fare la differenza e farci fare quel passo in più».
Dal mare ci spostiamo alle città. Come si possono rendere più sostenibili con progetti concreti e alla portata della maggior parte delle città italiane?
«Prima ho accennato a un’altra strada per fronteggiare il cambiamento climatico, quella dell’adattamento, adattare i territori al clima che sta cambiando e le città sono i primi luoghi in cui questo adattamento è necessario, perché sono luoghi infrastrutturali, rigidi, cementificati e asfaltati. Davanti a questi scenari con temperature estreme in periodi estivi, piogge e assenze di piogge per periodi prolungati che mandano in tilt i sistemi fognari, con un approvvigionamento idrico da garantire a milioni di cittadini, proprio le città sono i luoghi in cui l’adattamento deve prendere piede. SI dovrebbe andare verso opere di depavimentazione, togliere il cemento o l’asfalto per evitare che il calore si accumuli e crei isole di calore anche di notte, con temperature altissime trattenute anche in orari notturni, dannose per la salute. Questo vuol dire riqualificare le città, con la piantumazione di alberi, creare più verde, che crea un valore aggiunto alla maggiore socialità. Questi approcci portano a città più vivibili e godibili, oltre che sostenibili».
Il governo punta sul nucleare, in particolare sul “nucleare sostenibile” cosa che Legambiente ha definito un ossimoro. Ci può spiegare meglio?
«Legambiente è nata come movimento antinuclearista, questo non vuole dire che non si possa cambiare idea. Ma quello che non è cambiato è proprio il nucleare, rimasto lo stesso di 50/70 anni fa. Ci sono due fondamentali problemi irrisolti: il primo i costi di gestione altissimi e il secondo la gestione dei rifiuti, ovvero le scorie radioattive. In Italia non siamo ancora stati in grado di risolvere il problema delle scorie prodotte per i pochi anni di attività tra gli anni ’50 e ’80, ora non riesco a pensare come si possano risolvere tutte le problematiche nell’immediato. Il fatto è che il nucleare pulito non è ancora realtà nemmeno in ricerca, se lo sarà tra 30 o 40 anni ne potremmo riparlare».
Legambiente è un’associazione ambientalista italiana erede dei primi nuclei ecologisti e del movimento antinucleare che si sviluppò in Italia e in tutto il mondo occidentale nella seconda metà degli anni settanta. La sua vocazione non viene smentita in questa intervista in cui affronta i temi più caldi del momento, chiudendo ancora una volta con un no secco al nucleare, motivato da Minutolo con la spiegazione che non può ancora esistere nemmeno in ricerca un “nucleare pulito”.