Dovrà ricominciare da zero e a Potenza il processo «Ambiente svenduto» sulle emissioni velenose dell’ex Ilva che in primo grado aveva portato a 26 condanne nei confronti della famiglia Riva, ex proprietaria della fabbrica, dei dirigenti e di alcuni esponenti della politica locale e regionale.
La sezione distaccata di Taranto della Corte d’assise d’appello di Lecce ha annullato la sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto a carico di 37 imputati e tre società per il presunto disastro ambientale causato dall’ex Ilva negli anni di gestione dei Riva. Accolte le richieste dei difensori di spostare il procedimento penale nel capoluogo lucano poiché i giudici tarantini, anche quelli togati e popolari che hanno emesso la sentenza di primo grado, sono da considerare come «parti offese» del disastro ambientale cioè vittime dello stesso reato che sono stati chiamati a giudicare.
Gli avvocati difensori, Giandomenico Caiazza, Pasquale Annichiarico e Luca Perrone nelle prime udienze in corte d’appello avevano evidenziato come molti magistrati vivano negli stessi quartieri in cui risiedono numerose vittime che in primo grado hanno ottenuto il risarcimento.
Non sono evidentemente bastate le repliche dell’accusa che con i pubblici ministeri Raffaele Graziano, Giovanna Cannarile e Remo Epifani che, insieme con il procuratore generale Mario Barruffa, avevano ricordato come una recente sentenza della Cassazione abbia espressamente chiarito che è da considerare parte di un processo chi sceglie di attivare un’azione di diritto: nessuno dei magistrati di Taranto lo ha fatto e quindi non essendo parte del procedimento penale non vi sono i presupposti perché il processo venga spostato.
Sentenze azzerate, quindi e la maxi inchiesta sul disastro ambientale generato dalla fabbrica rischia ora di finire nel calderone dalla prescrizione.