L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha giurato che Israele infliggerà una risposta “dolorosa” all’Iran. Questo, però, ha aumentato le paure per una possibile escalation del conflitto nella zona, escalation che, secondo alcuni, potrebbe coinvolgere anche siti nucleari in territorio iraniano.
Inoltre, viste le tensioni nella zona, aumentano i pericoli per una possibile interruzione delle forniture di petrolio. Da qui il rialzo del greggio statunitense aumentato di quasi il 3%. Numeri alla mano, il contratto di novembre ha toccato i 71,86 dollari al barile, in aumento di 2,03 dollari, ovvero del 2,91% quando invece, da inizio anno, il greggio statunitense ha guadagnato meno dell′1%. Per quanto riguarda il Brent il contratto di dicembre ha superato i 75,50 dollari al barile, in aumento di 1,94 dollari, ovvero del 2,64%. Da inizio anno, il benchmark globale è in calo di circa il 2%. Più complesso il quadro del gas naturale. Il contratto di novembre è a 2,984 dollari per mille piedi cubi, in aumento del 3,04%. Da inizio anno, il gas è aumentato di quasi il 19%.
“La prossima svolta in questa spirale di ritorsione potrebbe benissimo riguardare il petrolio, tramite il degrado della capacità petrolifera dell’Iran o tramite l’attacco dei proxy iraniani alle spedizioni di petrolio e gas dal Golfo Persico”, hanno detto ai clienti gli analisti di Piper Sandler in una nota.
Meno drastico l’analista di Goldman Sachs Yulia Zhestkova Grigsby secondo cui il premio di rischio geopolitico dovrebbe rimanere moderato, data l’elevata capacità di riserva di petrolio a livello globale e il fatto che si sono verificate limitate interruzioni effettive della produzione.
Da parte sua, invece l’Opec+ sta pianificando di aumentare la produzione di petrolio a dicembre. Il tutto mentre la produzione statunitense ha raggiunto nuovi record e la domanda in Cina, il più grande importatore di greggio al mondo, è stata debole quest’anno.