«L’annuncio del prossimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di nuovi dazi su Cina, Messico e Canada ha agitato i mercati internazionali, in particolare l’Europa, che dalla vittoria di Trump ha mostrato una vulnerabilità particolare alle sue politiche tariffarie. Questo non sorprende, dato che l’Unione Europea è uno dei principali attori del commercio globale, rappresentando circa il 17% delle esportazioni e il 15% delle importazioni mondiali». A dirlo è Gabriel Debach, market analyst di eToro.
Nel 2023 gli Stati Uniti sono stati il principale partner commerciale per le esportazioni dell’UE (19,7% del totale) e il secondo per le importazioni (13,7%). Le principali esportazioni europee verso gli Stati Uniti includono macchinari, veicoli, prodotti chimici e alimentari, mentre il blocco rimane un importatore netto di energia e materie prime. Tra gennaio 2022 e dicembre 2023, le esportazioni dell’UE verso gli Stati Uniti sono aumentate da 39,6 miliardi di euro a 43,3 miliardi di euro, mentre le importazioni sono cresciute da 24,2 miliardi di euro a 31,1 miliardi di euro. Il saldo commerciale, passato da +15,4 miliardi di euro a gennaio 2022 a +12,2 miliardi di euro a dicembre 2023, evidenzia l’importanza di questo rapporto transatlantico.
«La preoccupazione intorno all’impatto dei dazi, tuttavia, potrebbe essere esagerata – continua l’analista. – Osservando i dati storici, tra il 2016 e il 2023, il commercio tra UE e Stati Uniti ha mostrato una tendenza al rialzo, nonostante l’imposizione di dazi e le tensioni commerciali durante l’amministrazione Trump (2017-2020). I dazi hanno avuto impatti su alcuni settori specifici, ma il commercio complessivo non è stato drasticamente penalizzato come molti temevano. La domanda, quindi, è legittima: eventuali nuove tariffe americane rappresentano una minaccia così significativa? Certamente, l’economia europea appare oggi più fragile rispetto agli anni passati, con una crescita debole e una dipendenza strutturale da settori chiave come macchinari, veicoli e prodotti chimici. Tuttavia, con un’Unione Europea che continua a essere un attore fondamentale nel commercio globale e un rapporto transatlantico centrale per entrambe le economie, la risposta dipenderà non solo dalle misure concrete che saranno adottate, ma anche dalla capacità delle aziende europee di adattarsi a uno scenario internazionale sempre più competitivo e incerto».
Altro dato interessante riguarda i verbali del Federal Open Market Committee (FOMC), pubblicati ieri sera, che hanno confermato i segnali già anticipati dal presidente Powell durante la conferenza stampa, senza riservare sorprese significative. La Fed ha ribadito che la politica monetaria rimane dipendente dai dati e non segue un corso predeterminato, con particolare attenzione alla recente volatilità economica e all’importanza di concentrarsi sulle tendenze di fondo. I verbali hanno evidenziato una crescente fiducia dei membri della Fed nella narrativa disinflazionistica, sostenuta da dati del mercato del lavoro più equilibrati, aspettative di inflazione stabili e una moderazione nel potere di determinazione dei prezzi. Questo ha spinto gli investitori ad aumentare le probabilità di un possibile taglio dei tassi di 25 punti base a dicembre, che sono passate dal 52,3% del 25 novembre all’attuale 66,3%.
Anche la fiducia dei consumatori statunitensi ha sorpreso al rialzo, con l’indice del Conference Board che ha raggiunto 111,7 a novembre (consensus: 111,3) rispetto a un dato di ottobre rivisto a 109,6. «Questo aumento arriva in un momento complesso per l’economia, caratterizzato da tassi di interesse elevati e pressioni economiche, ma supportato da un misto di aspettative politiche, interventi della Fed e dinamiche di crescita che stanno alimentando l’ottimismo degli americani verso il futuro. Fino a pochi mesi fa, le aspettative future pesavano negativamente sulla fiducia complessiva, con una percezione migliore della situazione finanziaria attuale rispetto a quella prospettica. Ora, questa dinamica si è invertita: gli americani guardano con maggiore ottimismo al futuro economico, elemento chiave per alimentare la ripresa dei consumi», spiega Debach.
Infine, un dato curioso emerge dalle aspettative degli americani sui mercati finanziari: il 56% ritiene che i prezzi delle azioni saliranno nei prossimi 12 mesi, un record storico. È raro che più della metà degli intervistati condivida una visione positiva sul mercato azionario, ma questa tendenza si mantiene sopra il 50% da due mesi consecutivi, segnalando un ottimismo generalizzato.
I dati pubblicati confermano un’economia che si muove tra segnali di resilienza e sfide persistenti. La Fed rimane cauta e attenta ai dati, ma l’aumento delle probabilità di un taglio dei tassi riflette il desiderio dei mercati di vedere un supporto monetario più deciso. Nel frattempo, l’aumento della fiducia dei consumatori e l’ottimismo sui mercati azionari rappresentano segnali incoraggianti, anche se il mercato del lavoro rimane un elemento di attenzione. «Il futuro economico degli Stati Uniti sembra essere visto con rinnovata fiducia, un fattore che potrebbe sostenere ulteriormente la crescita nei mesi a venire», conclude l’esperto.