La sharing mobility italiana è ormai un comparto maturo: dopo anni di crescita fra il 2023 ed il 2024, infatti, il numero di noleggi totali e le percorrenze totali dei servizi in sharing rimangono sostanzialmente stabili, così come il fatturato complessivo del settore che arriva a 178 milioni di euro lo scorso anno. Vola il bike sharing, si assiste ad un record di noleggi per lo scooter sharing, mentre si prendono meno monopattini, che invece erano diventati il mezzo prediletto dopo il Covid. Ed anche il carsharing si trasforma, visto che la percentuale di veicoli a zero emissioni è altissima: il 95%.
Questi i dati principali che emergono dall’ Ottavo Rapporto nazionale sulla sharing mobility. Ne abbiamo parlato con il coordinatore Raimondo Orsini.
Iniziamo dal principio. Cos’è lo sharing mobility e quali sono le principali caratteristiche dei suoi servizi?
«La Sharing mobility è un fenomeno socio-economico che investe il settore dei trasporti che si riassume in una parola chiave: condivisione di una miriade di mezzi auto, bici, scooter, monopattini. E’ caratterizzata da una generale trasformazione del comportamento degli individui che tendono progressivamente a preferire l’accesso temporaneo ai servizi di mobilità piuttosto che utilizzare il proprio mezzo di trasporto. Un nuovo modo di spostarsi che garantisce benefici in termini di riduzione del traffico e di impatto ambientale e per questo si è sviluppata soprattutto nei centri urbani. Dagli anni precedenti al Covid19 è cresciuta inarrestabile, ma la pandemia ha avuto un impatto significativo sulla sharing mobility, solo dal 2021 l’uso dei servizi di condivisione di vari mezzi di trasporto è tornato ai livelli pre-pandemia, per poi trovare nell’ultimo anno una sua maturità e stabilizzazione. I km percorsi in sharing mobility in Italia nel 2023 sono poco meno di 200 milioni e la previsione per il 2024 è di una crescita del 7%. Una simulazione, inoltre, realizzata un po’ di tempo fa sulla città di Lisbona, ha dimostrato che, se si sostituisse il 50% dei veicoli circolanti con veicoli condivisi e trasporto pubblico, si potrebbe realizzare lo stesso numero totale di spostamenti giornalieri, ma con una riduzione sino all’82% del numero di auto».
Perché gli italiani usano questo genere di servizi rispetto ai propri mezzi?
«Le motivazioni sono molteplici. La prima riguarda il fatto che i servizi di sharing possono essere un’alternativa, più economica e agile, rispetto alla proprietà di un’automobile. Ad esempio, utilizzare il car sharing per andare in aereoporto o per uscire la sera ha costi molto bassi rispetto a quanto costi un’auto di proprietà (includendo il costo di acquisto, l’assicurazione, il bollo, il carburante, la manutenzione, etc.). Un’altra motivazione è legata alla sharing mobility come modalità complementare al veicolo di proprietà, per gli spostamenti soprattutto in ambito urbano e di breve raggio, dove ad esempio lo scooter sharing, il car sharing ed il monopattino in condivisione possono garantire tempi più brevi a costi ragionevoli. Il terzo motivo è quello legato alla sostenibilità, che sta diventando un driver importante per alcune persone: le minori emissioni atmosferiche ed acustiche e la minore occupazione di suolo fanno parte di comportamenti e stili di vita più green, che in molte città europee si stanno diffondendo».
Quanto vale ad oggi il settore in Italia? Mi fa una panoramica generale?
«Il fatturato del settore del vehicle sharing è aumentato del 38% tra il 2021 e il 2022 e dell’1% tra il 2022 e il 2023, anno in cui il valore totale è stato di circa 178 milioni di €. A contribuire maggiormente al valore economico totale sono i monopattini in sharing e il car sharing free-floating, con una quota rispettivamente del 36% e del 34%.Per quanto riguarda la tassazione, l’IVA complessiva del settore garantisce allo Stato un’entrata di circa 32 milioni. I servizi di vehicle sharing sono infatti soggetti a un’aliquota IVA del 22%, diversamente agli altri servizi di mobilità condivisa, come taxi a cui non si applica l’Iva e NCC e Tpl, ai quali si applica un’aliquota del 10%».
Secondo i vostri dati volano il bike sharing e lo scooter sharing mentre sono in calo i monopattini che fino a qualche tempo fa invece avevano visto un vero e proprio boom. Come mai questo cambio di rotta?
«La flotta del vehicle sharing è cambiata rispetto al 2021. E’ vero, si osserva una riduzione significativa dei servizi di monopattini (erano quasi 100 nel 2022, sono scesi a 79 nel 2023 e poi a 53 a inizio 2024). A questa riduzione hanno contribuito il ritiro di alcuni operatori, la fine di sperimentazioni in alcune città, gli orientamenti di alcuni Comuni che hanno stabilito limiti al numero massimo di operatori autorizzati. Si osserva, ma in misura minore, una riduzione degli scooter in sharing, anche se i noleggi fatti nel 2023 non diminuiscono rispetto al picco del 2022, segnando un nuovo record in termini assoluti: 4,5 milioni. Il numero delle automobili scende tra 2021 e 2022 per poi tornare a salire nel 2023. Le bici elettriche tra 2021 e 2023 crescono da 11 mila a oltre 25 mila passando da costituire il 13% del totale dei veicoli a circa il 30%. Questo è dovuto alla vocazione elettrica dei servizi in free-floating: i nuovi servizi sono sempre 100% elettrici e quelli già esistenti hanno convertitoalmeno in parte la flotta».
I dati italiani sullo sharing mobility come vanno rispetto al resto d’Europa?
«La sharing mobility non teme confronti con il resto dell’Europa. Nel corso degli anni città come Milano, Roma e Torino sono state nella top ten europea. Negli anni Milano è stata la prima città europea in termini di veicoli in sharing per abitante e “medaglia di bronzo” per l’uso del bikesharing, dopo Parigi e Barcellona. Roma è stata prima per la crescita dei noleggi in scooter sharing del 2022 rispetto a quelli del 2021 e ancora Milano è la terza città in Europa per incremento della micromobilità in sharing nel 2023».
Anche questo comparto viene “investito” dalla sostenibilità. A che punto siamo?
«Nel 2023 circa il 95% dei 90 mila veicoli in condivisione è rappresentato da veicoli a zero emissioni, ossia elettrici o senza motore, come nel caso delle bici muscolari. Dal 2021, le flotte di scooter sharing sono completamente elettriche, quindi la parte di flotta ancora a combustione interna è costituita unicamente da automobili. Sebbene l’elettrificazione abbia fatto grandi passi avanti negli ultimi anni, tra il 2022 e il 2023 la quota di veicoli termici è leggermente aumentata, poiché è cresciuto il numero di automobili a fronte di una riduzione complessiva della flotta in sharing».
E’ la mobilità condivisa secondo lei il futuro, magari insieme alla guida autonoma?
«Senz’altro il futuro è la mobilità condivisa, non solo sharing, ma un unico sistema sinergico che si fonda su un ventaglio di offerte che comprendono treno, metropolitana, tram, bus e anche autonoleggio, taxi e, naturalmente, tutte le forme di sharing mobility. Un vantaggio non solo per il portafoglio, si stima infatti che il risparmio delle famiglie potrebbe crescere di 3800 euro l’anno se solo si convertissero da una mobilità personale, legata ai mezzi privati, alla mobilità condivisa, ma anche per l’ambiente. Il sistema dei trasporti contribuisce per più del 25% alle emissioni di gas serra in Italia, ma con un incremento del 30% dell’offerta di mobilità condivisa, i gas serra verrebbero ridotti di 18 Milioni di tonnellate (più della metà del target italiano di riduzione del settore trasporti per il 2030), liberando le città da circa 4,5 milioni di automobili, rendendole così più vivibili, meno congestionate».
Insomma la sharing mobility rappresenta uno degli strumenti chiave per poter ridurre il parco veicolare privato nei contesti urbani, sostituendo il concetto della proprietà con quello dell’utilizzo. Un vantaggio non solo per il portafoglio ma anche e soprattutto per l’ambiente.