
Sempre più investitori esteri si interessano alle aziende di lancio nostrane
Dagli albori delle aziende di avvio, l’Italia non sembrava aver mai conquistato un posto di primo piano, per lo meno non alla pari di Israele, che non a caso si definisce “il paese delle start-up”. Ma qualcosa sembra essere cambiato. Secondo uno studio della no-profit lettone TechChill, un terzo degli investitori stranieri intervistati ha supportato la crescita di almeno una startup italiana, mentre più della metà, il 52,5% ha dichiarato che ha alte probabilità di investimento e il 38,2% probabilità medie. Perché allora, con numeri così promettenti, il settore in Italia sembra avere le ali legate?
Sembra la solita musica, ma il peggior nemico delle start-up del Belpaese è sempre il solito: la burocrazia. In un settore fondato sulla velocità e la capacità di stare dietro a cambiamenti repentini e accelerati, l’Italia è ancora uno dei paesi con il maggiore tasso di burocrazia per ogni tipologia di atto o richiesta formale. Il risultato? Chi vede nelle startup italiane un buon terreno vergine per iniziare una collaborazione si trova impaludato in tempi di approvazione biblici, il che pone gli investitori in una posizione di svantaggio. Non va nemmeno sottovalutato l’isolamento, in questo senso, che contraddistingue lo start-up field italiano rispetto ai colleghi stranieri; un autogol non indifferente, considerando che è proprio sulla capacità di fare rete che si fonda questo business. I vantaggi invece quali sono? Chi investe in Italia sa di trovare personale altamente qualificato e professionale, un elemento che connesso ai costi contenuti fa delle start- up italiane una potenziale opzione vincente. Insomma, i talenti e le competenze ci sono. Permettere al settore di liberarsi degli impacci potrebbe essere la chiave per renderlo davvero competitivo.