Continua il viaggio nel variegato mondo dei BRICS attraverso le analisi degli esperti di eToro. Dopo la Turchia, oggi è la volta della Russia. Mai come in questo momento storico è cruciale inquadrare e delineare l’importanza economica e strategica di Mosca, anche alla luce del conflitto con Kiev. La Russia, intesa come colosso energetico mondiale ma anche come alleato dell’altra, grande protagonista dei BRICS e del panorama internazionale, la Cina.
Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’economia russa. Il PIL di Mosca continua a crescere nonostante il conflitto. Quali sono i motivi che si nascondono dietro questo dato di fatto? Mosca deve ringraziare quella che comunemente viene definita “economia di guerra”?
«La resilienza dell’economia russa, nel suo complesso, è testimoniata dal fatto che il suo tasso di crescita ha superato le stime del Fondo Monetario Internazionale e, al momento, risulta molto più tonico rispetto a quello di altri Paesi occidentali che non devono fare i conti con le pesanti sanzioni alle quali è sottoposta Mosca. Se la sfida con l’occidente premia il Cremlino, non si può dire lo stesso nel momento in cui si inserisce l’economia russa all’interno della sfera dei mercati emergenti, che vede comunque India e Cina, nonostante tutte le problematiche che sta vivendo Pechino, tenere un passo più rapido. Nel complesso, si potrebbe azzardare a dire che la Russia sia di fatto diventata un’economia di guerra, ma questo non restituirebbe il quadro completo. Innanzitutto, c’è una componente tecnica da tenere in considerazione: la composizione del PIL di un paese dipende anche dalla spesa pubblica, spese militari incluse. Queste totalizzano una cifra stimata di oltre 100 miliardi di dollari (in equivalenza) nel 2023, in aumento del 24% rispetto al 2022, attestandosi il 5,9% del PIL e al terzo posto come quota mondiale (4,5%) dopo USA (37%) e Cina (12%) (SIPRI, 2023a), mentre i dati per il 2024 vedono lo sforzo bellico toccare il 6% del PIL. La vera fortuna dell’economia russa, però, sta nel sottosuolo. Il settore degli idrocarburi vale un quinto del PIL, con la vendita di gas e petrolio che conta per più del 30% delle entrate totali (OIES, 2024). Secondo il FMI, le proiezioni della crescita economica russa dipendono fortemente dall’andamento del prezzo del petrolio, che vede in 60$/barile il proprio benchmark. Dovesse il petrolio essere scambiato sufficientemente a lungo sotto questa soglia e/o i volumi scambiati risultassero insufficienti, gli effetti sull’economia non tarderebbero a manifestarsi. E’ importante, infine, non giudicare solo sulla base di un numero. La tenacia dell’economia russa, infatti, nasconde vari problemi strutturali: la mancanza dell’Unione Europea come principale acquirente di gas non è stata pienamente controbilanciata; il valore della valuta locale, il rublo, è crollato; lo stile di vita dei cittadini, oligarchi compresi è cambiato radicalmente e non è da trascurare che il finanziare la guerra preclude il sostegno ad altri indici di spesa. Sono in molti, inoltre, a definire la crescita dell’economia russa come “surriscaldata” piuttosto che “solida”. Laura Solanko, consulente senior della Banca di Finlandia, ha dichiarato: “Per sostenere lo sforzo bellico, la leadership russa è stata disposta a scendere a compromessi sui fondamentali economici come la convertibilità del rublo, gli investimenti esteri, la stabilità dei prezzi e la spesa non militare».
La posizione di Mosca come leader nel settore energetico è stata determinante per riuscire ad evitare il crollo economico? Oppure ci sono stati alti fattori che hanno giocato a favore della Russia?
«La ricchezza del sottosuolo, unita al sostegno di altre potenze economiche, ha aiutato molto la resistenza dell’economia russa. Di fatto, è dal 2014, con l’annessione della Crimea, che la Russia deve sostenere un regime di sanzioni sia da parte degli Stati Uniti che dell’UE. Nonostante il loro intensificarsi come risultato dello scontro con l’Ucraina, la Russia è riuscita a diversificare i suoi mercati di esportazione, spostandosi dall’Europa verso altre regioni come Paesi in Asia, Africa e America Latina. Il supporto maggiore è arrivato da Cina e India, che negli ultimi due anni hanno accolto il 45% e il 35% rispettivamente dell’export totale russo di oro nero (CREA, 2024). Infrastrutture strategiche, come il gasdotto Siberia Orientale-Pacifico, hanno facilitato il commercio verso questi nuovi mercati, compensando in parte la perdita di ricavi dai mercati occidentali. In questo modo, la Russia ha evitato un calo troppo significativo della produzione energetica, nonostante l’uscita di importanti aziende occidentali e i limiti imposti dalle sanzioni sull’accesso a tecnologie avanzate per la produzione energetica. L’effetto delle sanzioni energetiche, comunque, c’è stato, con i ricavi derivanti dalla vendita di petrolio e gas che hanno visto un ridimensionamento significativo secondo un recente report dell’Atlantic Council (2024), passando da $172,8 a $104 miliardi tra il 2022 e il 2023, una contrazione di quasi il 24%. Oltre alla leadership nel settore energetico, tuttavia, la Russia ha un ruolo importante nella produzione di minerali come il nichel, il palladio e il rame, essenziali per la transizione energetica globale, specialmente nell’industria dei veicoli elettrici. Mosca mantiene inoltre una posizione strategica anche nel settore nucleare: è infatti il quarto produttore di uranio al mondo, secondo i dati della World Nuclear Association».
Il rublo sta pagando molto caro il prezzo della guerra. Qual è il ruolo che ha giocato e giocherà la banca centrale russa con la sua politica monetaria?
«Il rublo ha pagato caro gli effetti della guerra. La Banca Centrale russa sta giocando una partita molto complessa e il suo ruolo è particolarmente importante. Tuttavia, nonostante una politica molto aggressiva, che ha portato i tassi di interesse a lambire la soglia del 20%, le difficoltà della valuta locale e l’accelerata dell’inflazione non sembrano svanire. Le ultime proiezioni hanno visto il tasso d’inflazione annuale in Russia al 9,1% ad agosto 2024, il più alto da febbraio 2023, invariato rispetto a luglio, ma leggermente superiore alle previsioni del 9%».
A due anni e mezzo dall’inizio del conflitto qual è la fotografia che si può fare sul futuro dell’economia russa?
«L’economia russa si trova ad affrontare un futuro incerto e offuscato da diversi fattori critici, tra cui il deterioramento delle dinamiche demografiche, il peso delle sanzioni internazionali, l’impatto della guerra in Ucraina ma anche l’evolversi delle condizioni economiche globali. Attualmente, le attuali previsioni indicano una crescita modesta nel breve periodo, ma i rischi sono significativi: l’inasprimento delle sanzioni o un’ulteriore escalation del conflitto potrebbero portare a una nuova contrazione economica Nel frattempo, da Mosca aumentano le proprie stime sul PIL, atteso a un +3,9% nel 2024. Parallelamente, l’inflazione è vista in salita: il ministero dell’Economia ha alzato significativamente le aspettative di crescita dei salari reali e del reddito disponibile, entrambi visti espandersi più velocemente dell’economia e della produttività del lavoro, continuando quindi a spingere la domanda dei consumatori che, insieme alla spesa pubblica record e alla discesa del rublo nel 2023, continuano ad alimentato l’inflazione. Paradossalmente, per molti analisti a presentare il conto più salato sarà proprio la fine della guerra, quando l’economia dovrà riassestarsi. Gli economisti Aleksandra Prokopenko e Aleksandr Kolyandr, su The Bell, definiscono la spesa militare come uno “steroide” dell’economia e affermano che “sarà un compito erculeo riportare l’economia su basi civili”».
Il gruppo dei BRICS sarà utile a Mosca per riuscire a creare nuovi canali di scambio commerciale?
«In uno scenario così incerto e in evoluzione, il blocco dei BRICS sta decisamente emergendo come una delle colonne portanti della politica estera russa. Questa strategia, infatti, non solo punta a rafforzare le partnership economiche e politiche tra i membri dell’alleanza, ma mira a trasformare il gruppo stesso in un fulcro fondamentale di un nuovo sistema multilivello di relazioni internazionali, contribuendo a ristrutturare l’ordine globale esistente. Dopo il deteriorarsi dei rapporti con l’Occidente a seguito del regime di sanzioni e dei tentativi di isolamento economico della Russia, infatti, Mosca sta riorientando le sue alleanze verso il Sud globale, cercando di costruire nuovi canali di scambio commerciale e rafforzando le relazioni con Paesi non occidentali come quelli del gruppo BRICS. Le prospettive di Mosca in relazione ai BRICS si inseriscono quindi in un contesto geopolitico in evoluzione, in cui il conflitto militare con l’Ucraina ha messo in evidenza l’ambizione di Mosca di cambiare l’ordine internazionale ristrutturare il sistema di governance globale. I leader russi percepiscono l’attuale sistema internazionale come ingiusto, favorendo unicamente l’Occidente collettivo e imponendo valori “neocoloniali” per servire i propri interessi. Pertanto, per la Russia, i BRICS rappresentano un’opportunità strategica per diversificare la sua rete di partner commerciali e ridurre la dipendenza dall’Occidente. La crescente cooperazione economica con i Paesi del blocco ha già dimostrato risultati tangibili, come l’aumento dei volumi commerciali, in particolare nel settore energetico, dove la Russia ha sostituito l’Unione Europea come principale fornitore di energia per Paesi come la Cina e l’India. Tuttavia, non è ancora certo quanto il gruppo dei BRICS servirà alla Russia per sostituire i precedenti canali di scambio: Le differenze politiche e gli interessi economici tra i membri del gruppo possono rappresentare una sfida significativa per un’azione coordinata. Ad esempio, le tensioni geopolitiche e le divergenze nelle politiche economiche possono ostacolare una visione comune e limitare il potenziale di integrazione. Il binomio Russia-Cina è sempre stato saldo dall’inizio della guerra in Ucraina concretizzatasi sulle basi di un processo di cooperazione economica ormai più che ventennale».
Mosca però può fare affidamento su altre amicizie a livello mondiale e forti simpatie anche a livello europeo, a partire dalla Turchia. A livello geopolitico ed economico, attualmente, Putin e la sua nazione, su quali alleati possono contare?
«La Russia può contare su una rete di partner e alleati che comprende, oltre ai BRICS, Paesi come Bielorussia, Iran e Corea del Nord. Sebbene pochi Paesi abbiano appoggiato l’aggressione di Mosca, gli alleati della Russia hanno continuato e continueranno ad aiutarla a proteggersi da potenziali azioni punitive in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), a diluire l’impatto delle sanzioni economiche e a potenziare il suo arsenale di armi. La Bielorussia non ha voltato le spalle alla Russia. Il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha concesso a Mosca l’accesso illimitato al suo spazio aereo e al suo territorio, oltre a fornire supporto logistico e medico alle forze russe. Anche l’Iran ha consolidato la sua cooperazione con la Russia: per quanto i due Paesi non abbiano firmato trattati di alleanza, nel corso del tempo hanno collaborato reciprocamente e dato assistenza decisiva nei momenti di maggiore necessità, specialmente nella sfera militare e nella cooperazione in ambito energetico. Teheran ha infatti fornito a Mosca assistenza militare e condiviso risorse e competenze cruciali in funzione degli interessi strategici comuni, come il sostegno al governo di Bashar al-Assad in Siria e l’opposizione all’influenza occidentale nella regione».
Infine, secondo e-Toro, la Corea del Nord ha siglato un accordo bilaterale di natura difensiva lo scorso giugno, che ha segnato una svolta fondamentale nelle relazioni internazionali tra i due stati e che potrebbe avere delle conseguenze anche sul conflitto in Ucraina, contribuendo a una maggiore interazione militare e tecnologica tra le due potenze.