L’Europa sempre più sull’orlo di una crisi generalizzata. Dopo la tempesta del debito dei PIIGS scoppiata qualche anno fa, adesso la debolezza e l’instabilità sia politica che economica, sembra coinvolgere quelli che una volta erano considerati i pilastri del Vecchio Continente: Francia e Germania. In particolare, nel primo caso, il problema è particolarmente evidente nel susseguirsi di una serie di incertezze politiche che hanno portato a elezioni, crisi e rimpasti nel giro di pochi mesi. Cosa sta succedendo? E soprattutto, cosa succederà nel prossimo futuro? A rispondere è Alessandro Bergonzi Financial Markets Content Specialist di Investing.com.
In Francia è scoppiato il caso dello spread Francia-Grecia che si è azzerato con i bond greci che hanno battuto gli OAT francesi. È possibile provare a chiarire la situazione?
«Sembra un po’ la maledizione dei Giochi olimpici. Qualche anno dopo le Olimpiadi di Atene 2004 la Grecia finì per fallire, il Brasile con Rio 2016 invertì la rotta passando da una crescita invidiabile a una profonda crisi economica e sociale e ora la Francia, in maniera del tutto imprevista, sta traballando pericolosamente. La sensazione, in tutti e tre i casi, è che questi Stati si siano spinti oltre le proprie possibilità. A un certo punto, complice una situazione macroeconomica instabile, gli è stato presentato un conto da pagare più salato del previsto. A segnalare i passi falsi c’è proprio il rendimento dei titoli di Stato, indice del premio al rischio per comprare il debito di un Paese. Più sale e più i bond governativi perdono valore e sono considerati rischiosi. L’incertezza politica, causata dall’ennesima crisi di governo, è uno dei fattori principali che ha fatto salire il rendimento degli OAT a fine novembre. Comunque, dopo aver toccato picchi sopra i 90 punti, il differenziale tra il decennale francese e i bund tedeschi resta limitato tra i 70 e gli 80 punti. Al di sotto dei livelli di guardia. Per fare un confronto, prima del fallimento tra 2011 e 2012 il differenziale tra titoli greci e tedeschi oscillava tra i 900 e i 3.000 punti. D’altra parte, fa effetto pensare che oggi il valore di obbligazioni greche e francesi sia paragonabile».
La previdenza sociale torna a creare scompiglio nella politica francese portando l’attuale governo sull’orlo di una crisi. Cosa sta succedendo?
«L’instabilità politica in Francia è sfociata nel voto di sfiducia del 4 dicembre, con 331 deputati che hanno votato contro il governo di Michel Barnier e 289 a favore. La crisi è in parte legata alla controversa riforma delle pensioni, che ha creato tensioni tra le diverse forze politiche e non è stato difficile per i populisti di destra e sinistra cavalcare il malcontento sociale. Il dissenso è stato alimentato dalla controversa legge di bilancio per il 2025, che prevede misure di austerità che non sono riuscite a raccogliere consenso tra i vari schieramenti politici. Il deficit del paese, al 6,2% del pil, è tra i più alti dell’Eurozona e complica ulteriormente la possibilità di attuare efficaci riforme che stimolino la crescita. La situazione ha messo sotto pressione il presidente Emmanuel Macron, il quale deve ora navigare tra le richieste di dimissioni, rispedite al mittente, e la necessità di formare un nuovo governo capace di guadagnare fiducia parlamentare. Il tentativo del presidente è quello di formare un esecutivo di interesse generale, ma le divisioni interne tra i socialisti, la destra e il blocco di sinistra Nuovo Fronte Popolare complicano ulteriormente la situazione».
Come spiegare queste incertezze sul fronte politico d’oltralpe, incertezze che, allargando il raggio, inglobano anche altre nazioni, Germania in testa?
«La situazione francese è un po’ lo specchio della crisi di un’Europa che non ha più certezze. Il sogno cullato per decenni di diventare la prima superpotenza erbivora è andato in frantumi. La guerra in Ucraina prima e quella in Medio Oriente poi hanno mostrato che non si può dettare legge a colpi di soft power. Ora, però, invertire la rotta sarà dura. Dopo un lungo letargo il Vecchio Continente si è reso conto di aver perso il proprio peso geopolitico ed economico oltre che la credibilità di fronte ai cittadini. Dopo gli anni del “disarmo ideologico”, improvvisamente la retorica è cambiata radicalmente, spingendo sulla necessità di una nuova strategia di Difesa. Intanto, la svolta green sta portando il vecchio sistema produttivo (industria dell’auto in testa) a sbattere: paghiamo più di tutti energia e altre materie prime e non riusciamo a competere sulla tecnologia. E nel momento del bisogno, vengono a mancare proprio i due pilastri portanti: Francia e Germania. Entrambi i Paesi sono passati dal trainare la crescita dell’Eurozona al frenarla, bloccati da governi frammentati e depotenziati. Al momento, in Europa manca una guida forte come avvenuto nel recente passato con Angela Merkel o lo stesso Macron e le divisioni interne alle due principali economie si ripercuotono sulla solidità dell’Unione intera che si trova schiacciata sul piano geopolitico, tra il ritorno di Trump e le ambizioni cinesi».
Considerando il discusso e austero bilancio per il 2025 qual è, attualmente, lo stato di salute dell’economia francese? Quali le prospettive nel breve?
«Negli ultimi dieci anni il debito pubblico francese è salito dall’86% al 113% del PIL e continua a crescere, con previsioni che lo vedono avvicinarsi al 120% nei prossimi due anni. Negli ultimi 7 anni, quelli della presidenza Macron per intenderci, il Paese ha accumulato circa 1.000 miliardi di euro di debito pubblico. Il deficit di bilancio è attualmente al 6,2%, con proiezioni del 7% per il 2025. Il piano finanziario di Barnier provava a mettere una pezza, puntando su rigorose misure di austerità, tra cui 60 miliardi di euro in nuove tasse e tagli ai servizi pubblici. Tuttavia, il fallimento del progetto ha portato ulteriori incertezze. Parliamoci chiaro, la Francia non è ancora sull’orlo del collasso finanziario, vale sempre il principio del “Too big to fail”, ma è arrivato il momento di cambiare marce. Il Paese, come buona parte dell’Europa, si trova ad affrontare sfide secolari sotto il profilo economico ed ideologico che ne determineranno il futuro».
Se riuscirà a resistere all’ennesima tempesta politica, conclude Bergonzi, Macron avrà tempo fino alle presidenziali del 2027 per trovare soluzioni efficaci ed evitare che, come successo alla Grecia, la ricetta venga imposta dall’esterno.