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Ripresa economica, secondo Fmi serve una tassa di solidarietà da applicare ai redditi alti

Unc: “Qualcuno deve pagare il debito pubblico ma non si può pesare ulteriormente sulle famiglie già messe in crisi dalla pandemia”

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) lancia la proposta di una tassa di solidarietà per finanziare le spese e i sostegni necessari a combattere la crisi dovuta alla pandemia.

Nel Fiscal Monitor Fmi invita le autorità politiche a considerare un contributo temporaneo per la ripresa dal Covid-19, da imporre su redditi alti o grandi patrimoni. Il fine ultimo sarebbe la riduzione delle disuguaglianze, acuite dalla crisi, che vede poche grandi imprese con enormi accumuli di utili e giovani, donne e lavoratori meno qualificati in difficoltà. Secondo i tecnici dell’istituto di Washington, il contributo dovrebbe essere accompagnato da una riforma della tassazione domestica e internazionale.

In questo momento, secondo il Fondo, il miglior investimento possibile è quello sui vaccini. «Se la pandemia globale sarà posta sotto controllo tramite le vaccinazioni, il rafforzamento della crescita economica porterebbe oltre 1.000 miliardi di dollari di entrate aggiuntive alle economie avanzate da qui al 2025 e permetterebbe anche risparmi maggiori sul fronte delle misure di sostegno» – afferma il Fondo. – «Le vaccinazioni contro il Covid-19 si pagherebbero da sole, fornendo un eccellente valore all’investimento di denaro pubblico».

In merito alla proposta si è espressa anche l’Unione Nazionale Consumatori. «Proposta di buon senso» – ha commentato Massimiliano Dona, presidente dell’Unc. – «Tra qualche mese qualcuno dovrà pagare il debito pubblico che stiamo accumulando per via dell’emergenza Covid. Chiedere più soldi alle famiglie già in crisi non solo sarebbe iniquo ma controproducente se si vogliono rilanciare i consumi. Serve reintrodurre un contributo di solidarietà per chi dichiara più di 75 mila euro di reddito disponibile e che ora ha un’aliquota pari al 43%. Il contributo dovrebbe arrivare almeno al 10% del reddito per chi dichiara oltre 150 mila euro» – conclude Dona.

Nel frattempo, grazie ai tassi di interesse bassi, i conti pubblici restano in generale sotto controllo. Questo nonostante le misure di sostegno all’economia messe in campo per contrastare i danni economici provocati dal Coronavirus abbiano spinto il debito pubblico mondiale a un livello record del 97% del Pil nel 2020 (leggi qui). Il dato sembrerebbe secondo le stime destinato ad aumentare ancora fino al 99% del Pil a fine 2021.

Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto tra debito e Pil salirà al 157,1% nel 2021 per poi cominciare a scendere negli anni successivi, ma è destinato a rimanere sopra il 150% almeno fino al 2026 (dai un’occhiata qui). Nel dettaglio, il dato calerà al 155,5% nel 2022, al 155,1% nel 2023, al 153,17% nel 2024, al 152% nel 2025 e al 151% nel 2026. Il rapporto tra deficit e Pil si attesterà invece all’8,8% quest’anno, prima di ridursi al 5,5% nel 2022, al 3,8% nel 2023, al 2,2% nel 2024, al 2% nel 2025 e all’1,8% nel 2026.

I conti italiani torneranno a registrare un avanzo primario, al netto cioè delle spese per gli interessi sul debito, soltanto nel 2024. Il Fondo prevede infatti che il dato resti in rosso per il 5,6% nel 2021, il 2,5% nel 2022 e lo 0,9% nel 2024. Si avrà invece un avanzo dello 0,6% nel 2024 e dello 0,7% nel 2025 e nel 2026.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA

LEGGI ANCHE: FMI, effetto covid sulle PMI: “nel 2021 a rischio 20 milioni di posti di lavoro”

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