Oggi l’Unione Europea è la principale area commerciale a livello mondiale, con oltre 513 miliardi di euro di esportazioni, di cui 330 fra Paesi europei e 182 con il resto del mondo e nel bilancio UE l’agricoltura conserva un peso di oltre il 30%. A questo si aggiunge un rilevante scambio di prodotti alimentari fra i 27 stati membri che contribuiscono a soddisfare gli oltre 1.500 miliardi di consumi alimentari delle famiglie europee, circa il 21% dei loro consumi totali. Dati clamorosi che risentono però troppo della frammentazione dei singoli Stati e della mancanza di una reale visione sovranazionale e comunitaria. Di questo abbiamo parlato con il Prof. Giorgio Cantelli Forti, Presidente dell’Accademia Nazionale di Agricoltura (ANA).
L’Unione Europea è leader mondiale sul fronte agricolo ma ci sono segnali di indebolimento del tessuto produttivo, altrimenti i lavoratori non sarebbero scesi “in piazza” a protestare. Me ne parla?
«L’Unione europea è diventata il più grande esportatore di tutto il settore agroalimentare a livello mondiale. La nota dolente, che pesa sul valore finale di incasso da esportazione, è il settore delle bevande e degli alcolici ma a parte questo la crescita negli anni è stata costante e continua. Quindi viene subito da pensare che il mondo agricolo è felice perché vende ma purtroppo non è così. Il primo grosso problema è che ad oggi il prodotto finito che esportiamo non è totalmente made in Italy. Quello che lamentano gli agricoltori riguarda soprattutto la materia prima perché si fa fatica ad ottenere dalla comunità europea l’etichetta che dichiari l’origini totalmente nostrana. Se lei va a ristorante e legge cosa c’è scritto su una comune bustina di olio spesso trova “miscele dei migliori oli extravergine di oliva della comunità europea”. Ma questa dicitura non dice in realtà nulla sulla provenienza, cioè il consumatore finale non sa realmente da dove vengono i prodotti che finiscono sulla sua tavola. C’è poi anche il grande problema della concorrenza. L’Italia vanta eccellenze sul fronte agro-alimentare che tutti provano a copiarci o a boicottarci. Una delegazione della mia accademia è andata per esempio recentemente in Cina ed in Australia dove stanno crescendo piantagioni di olivi che vengono dalla Liguria. Il prosciutto di Parma di 14-15 kg ha il marchio riconoscibile con scritto appunto “parma” e sopra una corona. Questo è sicuro che si tratti di un maiale che è stato allevato e cresciuto in zona, quindi tutto italiano. Ma ci sono altri prosciutti con scritto ugualmente parma, senza la corona, di 10-11 kg la cui provenienza è nordica, senza contare quelli di taglia più piccola che sono senz’altro cinesi. Si tratta di maiali che non vengono dall’Italia ma che sono lavorati a Parma. Il prodotto finale, cioè il prosciutto viene passato come nostrano, cioè di Parma, ma in realtà la materia prima non è locale. Sono prosciutti che costano meno, ma le persone non conoscono tutto quello che c’è dietro. Leggono distrattamente che c’è scritto “parma”, costa poco e lo comprano a scapito di quello 100% di Parma. È chiaro quindi che la concorrenza è spietata ed anche scorretta perché gli altri Paesi non solo spesso boicottano le nostre eccellenze, ma, quando le copiano, offrono prodotti a prezzi inferiori che non hanno la nostra stessa qualità, rubandoci i clienti. Noi abbiamo un sistema di controllo, di sicurezza e di garanzia della materia prima che è unico al mondo ma costa. Gli altri non ce l’hanno e ci fanno una concorrenza sleale, perché offrono prodotti che sembrano all’apparenza uguali ai nostri ma a prezzi inferiori perché la qualità è più bassa».
Le proteste degli agricoltori hanno portato ad un pacchetto di semplificazione e revisione della PAC 2023-2027. Basta o serve di più?
«Serve di più perché l’agricoltura europea sta soffrendo quasi tutta. La nuova PAC deve essere un incentivo per l’agricoltura stessa. Sono necessari equilibri e rapporti paritetici tra gli stati europei, senza favorire corporazioni di parte, rispettando le produzioni di qualità di ciascun Paese che sono la forza nei confronti del mercato estero. Purtroppo ho visto molta corruzione a Bruxelles. La Comunità europea, per fare del bene ai suoi Stati membri, deve riconoscere e tutelare il lavoro degli agricoltori di ogni singolo Paese, per permettere loro di vivere dignitosamente e di continuare ad operare nel migliore dei modi, promuovendo una concorrenza che sia leale».

Giorgio Cantelli Forti-Presidente ANA (foto ufficio stampa)
Quali sono ad oggi secondo lei le sfide maggiori che l’Ue deve affrontare per mantenere il suo primato nel mondo ma anche per crescere?
«Guardarsi negli occhi onestamente e ciascuno Paese fare la sua parte per il bene della popolazione europea, senza pensare solo ai propri interessi nazionali. Siamo una comunità? Bene, dimostriamolo con programmi strutturali ed etici che vadano a beneficio di tutti».
Qual è il vostro contributo per aiutare il Paese a crescere?
«La nostra Accademia dal 1807 si è sempre interessata dei grandi problemi, di portare alla luce le criticità del settore attraverso il dialogo e la comunicazione. Facciamo incontri, eventi, disseminiamo la cultura perché la conoscenza è consapevolezza. Solo sapendo come stanno realmente le cose, si può attuare il cambiamento».
Green Deal tra sostenibilità e transizione ecologica. Lei cosa ne pensa?
«Il Green Deal non può essere una isteria, deve essere un giusto compromesso con l’ambiente per creare una comunità che sia sempre più sostenibile. Ma il compromesso non è girare con le auto elettriche a Bologna e poi invece inquino in Cina perché facciamo parte tutti dello stesso ecosistema. Le scelte sostenibili devono essere tali da parte di tutti. La transizione ecologica verso la sostenibilità è il punto centrale che ispira il Green Deal e rappresenta un elemento di riferimento con il quale impostare, attuare e valutare la Politica Agricola Comunitaria, con i relativi Piani strategici nazionali».
Insomma per progredire a livello comunitario gli agricoltori devono tutti fare la propria parte attraverso azioni e comportamenti concreti che contribuiscano, con oneri e sacrifici consistenti, al processo di transizione ecologica per un futuro più sostenibile e redditizio.